Il Tirreno

Montecatini

Basket senza limiti con il progetto Calamai

Lorenzo Mei
Allenamento nella palestra delle suore Giuseppine (Foto NUcci)
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Allenamento nella palestra delle suore Giuseppine (Foto NUcci)

Nella palestra delle suore Giuseppine a Montecatini si allenano i ragazzi di "Overlimits Herons"

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MONTECATINI. Stefano, Giulia, Dario, Nicholas, Maria, Romina, Giorgio, Elia, Gabriele, Serena, Lorenzo, Matilde, Mattia, Omar, Alioune, Simone, Alessio, Filippo, Luca, Carlo, Emanuele, Elena. Sono alcuni nomi di bambini e ragazzi che giocano a pallacanestro, tutti insieme, ogni lunedì pomeriggio. Niente cognomi, com’è normale dentro una palestra, quella delle suore Giuseppine, a Montecatini. Alcuni di questi ragazzi sono, come dicono i loro istruttori, “speciali”, cioè hanno alcune disabilità. Altri no, sono normodotati, ma qui non c’è differenza, se non quella che rende ogni ragazzo unico, e si gioca tutti insieme.

Probabilmente è questo il succo del progetto “Overlimits Herons”, presentato in un’aula della scuola. Alla radice di tutto c’è l’idea venuta quasi vent’anni fa a Marco Calamai, uno che ha allenato in serie A e che è sempre stato capace di guardare oltre la sua panchina, oltre le classifiche. Nel 1995 ha messo in piedi un metodo che oggi viene utilizzato in 31 città, da Milano a Potenza, e che alla base ha un concetto semplice, cioè usare la pallacanestro per aiutare i ragazzi a vincere le loro paure, a superare i propri limiti o, come ha detto lui stesso ieri, a rispondere alla loro richiesta più urgente: avere un amico con cui giocare.

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Dall’anno scorso questo progetto esiste anche a Montecatini, grazie all’impegno di Valentina Bonvicini, insegnante, appassionata di pallacanestro e mamma di un ragazzo speciale. “Adora il basket da sempre - ha spiegato - e ha giocato fin da piccolo. Quando è cresciuto, ho cercato un modo per farlo continuare senza che si sentisse mortificato, perché nel frattempo le regole per la sua età erano diventate un po’ troppo complicate. Quando ho scoperto il metodo Calamai me ne sono innamorata, e abbiamo provato subito a farlo anche noi”.

I compagni di viaggio che Valentina ha trovato in questo percorso sono persone come Andrea Niccolai e Paolo Monzecchi, che non hanno bisogno di essere presentati a chiunque abbia frequentato i palazzetti. In più hanno aderito una serie di collaboratori e volontari, dalle fisioterapiste-istruttrici Francesca Cammillozzi e Gioia Sibilia, ai volontari degli scout Giulia, Francesca e Alberto. Da oggi questa iniziativa prova ad allargare il proprio raggio, e a reggersi su gambe ancora più salde, quelle dell’associazione “Tuttinsieme”, che diventa la casa montecatinese del progetto, come ha spiegato la presidente Marisa Biancardi.

Davanti a una rappresentanza istituzionale incredibilmente numerosa (c’erano il sindaco Giuseppe Bellandi, il vicesindaco Ennio Rucco, l’assessore al turismo Alessandra De Paola e il deputato montecatinese Edoardo Fanucci), Andrea Niccolai ha raccontato la sua esperienza: “Ci metto la grande passione che ho per la pallacanestro, ma per il resto seguo la metodologia di Marco Calamai, perché sul piano della didattica e dell’approccio c’è molto di più della semplice attività sportiva. Posso dire che il tempo che passo qui, in quello che in teoria sarebbe il mio unico giorno libero, mi ricarica come poche cose e mi offre spunti che mi sono utili nella mia attività di allenatore con la prima squadra o con le giovanili”.

Marco Calamai si è inventato questo metodo, è partito da una palestrina malandata, e ora è orgoglioso di quello che succede: “Questi corsi sono possibili – ha detto – perché questo Paese è meglio di come viene dipinto. E anche i ragazzi di 15-16 anni sono ben diversi dallo stereotipo di anaffettivi e indifferenti che gli viene cucito addosso. Qui vengono a giocare ragazzi speciali e ragazzi cosiddetti normodotati, ma vi assicuro che l’integrazione è a doppio binario: molto spesso i genitori dei ragazzi normodotati mi ringraziano perché, partecipando a questa attività, i loro figli maturano, sono più responsabili, più aperti. Quello che facciamo non è guarire qualcuno, è stare con persone che hanno determinate caratteristiche, e accompagnarle in un percorso”.

Più tardi, in palestra, Calamai dimostrerà che non ha perso il piglio energico di quando allenava i professionisti: “Non metto fretta a nessuno, ma allo stesso tempo non accarezzo questi ragazzi, li alleno, urlo come ai vecchi tempi. La sfida per noi istruttori naturalmente è quella di metterci in gioco, cioè di saper rivedere la nostra capacità di attesa e di ascolto, dobbiamo rimodellare quello che abbiamo sempre fatto alla luce di come ce lo restituiscono gli occhi di questi ragazzi”. Una volta sul rettangolo di gioco non si conclude un esercizio finché ognuno non riceve un pallone da un compagno, finché tutti non fanno canestro. E i canestri arrivano, perché questi ragazzi sono bravi, e stanno imparando a guardare verso l’alto, verso il tabellone, oltre i propri limiti.

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