La protesta
Sangue infetto, nel 1983 non veniva fatto il test Hcv
L'azienda ospedaliera di Bergamo, dove era stato raccolto il sangue poi scoperto infetto, interviene sul caso dell'uomo di Ponte Buggianese deceduto nel 2009 come conseguenza della trasfusione di quel sangue
PONTE BUGGIANESE. Nel 1983 il test per il virus dell'epatite C (Hcv) non era ancora disponibile, le unità di sangue da donazione sono state sottoposte a test per questo virus solo dal 1990. A sottolinearlo è l'ufficio stampa dell'Azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo che interviene sul caso del trentanovenne di Ponte Buggianese morto nel 2009 in seguito ad una trasfusione di sangue infetto che gli fu fatta nel 1983 nell'ospedale di Catania con tre sacche di sangue arrivate proprio dal nosocomio bergamasco. "Dispiace sempre sapere che alcuni pazienti, per risolvere problemi contingenti di salute spesso molto gravi, abbiano contratto il virus attraverso le trasfusioni - si legge nella nota dell'Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII - E’ importante però sottolineare, per non minare la cultura della donazione già carente in Italia e la fiducia nei sanitari, che il danno riconosciuto non dipende da errori o malpractice dei medici, che agirono in scienza e coscienza basandosi sui dati allora disponibili. E’ stata la stessa azienda ospedaliera a compiere un’indagine retrospettiva sui donatori, rendendola disponibile alle parti coinvolte, compreso l’inconsapevole donatore. Fortunatamente il progresso scientifico ha portato alla caratterizzazione del virus e alla produzione di un test specifico per identificarlo, consentendo l’adozione tempestiva di nuove e più appropriate norme, che hanno migliorato inequivocabilmente la sicurezza delle trasfusioni di sangue, spesso indispensabili per salvare migliaia di vite umane ogni anno".
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Il caso del trentanovenne è riemerso nei giorni scorsi quando il giudice di Firenze, Niccolò Calvani, ha accolto le richieste dell’avvocato Giannitalo Papa di Montecatini, che rappresenta la famiglia dell’uomo, ed ha condannato il Ministero della Salute a pagare 240mila euro alla vedova e altri 200mila a ciascuna delle due figlie, oltre al pagamento delle spese del funerale, riconoscendo il danno per la perdita rispettivamente del marito e del padre.
L'uomo era rimasto gravemente ferito in un incidente stradale all'età di 13 anni in Sicilia e per questo fu sottoposto ad una trasfusione di sangue. Nel 1999, sedici anni più tardi quindi, l’uomo in seguito ad una persistente astenia si sottopose ad una serie di controlli e scoprì di essere affetto da epatite C. Da quel momento in poi il quadro clinico dell’uomo andò peggiorando di anno in anno: arrivarono i sintomi e le manifestazioni della cirrosi epatica, il diabete e l’insufficienza renale che lo costrinsero a sottoporsi a dialisi tre volte a settimana. Durante una di queste, il 16 febbraio 2009, l’uomo accusò un infarto e i medici non riuscirono a salvarlo. I familiari chiesero che si facesse luce sulle cause che avevano portato al decesso del loro caro e nei giorni scorsi, grazie anche alla collaborazione dell'azienda ospedaliera bergamasca, il giudice fiorentino ha accolto le istanze presentate dall'avvocato Giannitalo Papa e condannato il Ministero della Salute.
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