«Quella donna ci ha reso la vita un inferno, ma pagherà»
MONSUMMANO. «Sono stati mesi di inferno con tanta paura e angoscia addosso. Di notti passate in bianco e di giornate trascorse con l’incubo di essere osservate o che potesse capitarci quello che ci...
MONSUMMANO. «Sono stati mesi di inferno con tanta paura e angoscia addosso. Di notti passate in bianco e di giornate trascorse con l’incubo di essere osservate o che potesse capitarci quello che ci veniva minacciato per telefono, ma alla fine grazie ai carabinieri e alla magistratura quella persona è stata identificata e condannata». Racconta così, quasi in uno sfogo liberatorio, la brutta vicenda di uno stalking anomalo di cui lei, Ludovica Morini e la madre, hanno dovuto subire dalla fine del 2010 e fino a metà 2012 da Rosaria Piccolo, 54 anni, impiegata delle Poste, che per questa brutta storia è stata riconosciuta colpevole e condannata a quattro anni di reclusione dal giudice monocratico di Pistoia per le accuse di stalking, sostituzione di persona e falso in scrittura privata.
«Prima sono iniziate le telefonate anonime e le minacce ad ogni ora del giorno e della notte - racconta Ludovica Morini, 30 anni - Poi le lettere anonime inviate anche ai nostri vicini e dirette a denigrarci».
Poi a casa delle due donne sono cominciati ad arrivare tanti pacchi di merce, apparentemente ordinate da loro, e da pagare. «I corrieri arrivavano anche due volte al giorno con olio, vino, materiale antifortunistico, oggetti da collezione e via dicendo. Tutte cose che lei aveva ordinato a nome nostro - dice la trentenne - Abbiamo presentato tante denunce ai carabinieri e devo ringraziare il comandante D’Errico e il maresciallo Vezzani che ci hanno confortato e dato quelle sicurezze che quella donna ci stava togliendo dicendo che eravamo delle persone deboli e che avremmo fatto una brutta fine». Poi il momento peggiore con l’arrivo della corrispondenza da parte di vari detenuti che rispondevano a presunte lettere di madre e figlia in cui raccontavano di essere pronti, una volta usciti dal carcere, ad andare a vivere da loro. «Quella donna ha usato una rubrica contenuta su una rivista e dedicata ai detenuti in cerca di rifarsi una vita, per scrivere a nome nostro e invitarli a casa nostra una volta usciti dal carcere. E’ stato frustrante e anche di cattivo gusto verso quelle stesse persone che soffrono in carcere alle quali ha prospettato quelle false possibilità». Un investigatore privato scopre la cabina telefonica da dove partivano le telefonate, i carabinieri arrivano ad identificare la responsabile di quegli atti e a denunciarla. Ma perché tutto questo accanimento verso le due donne? Nel processo è emerso che Rosaria Piccolo aveva un’amicizia col padre di Ludovica, e forse la donna invaghitasi dell’uomo, sperava in qualcosa di più.
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