Il dolore
Cani sulla strada, anche “Scopino” ne fu vittima
Storie di ciclismo in Toscana: Enzo Cecchi di Monsummano superato da Coppi per una caduta
MONTECATINI. La storia, quella grande, non si fa con i se e i ma, ma quella del ciclismo sì, perché le corse in bicicletta, come diceva Alfredo Martini, sono legate a troppi fattori imponderabili e basta un piccolo evento fortuito a cambiare il corso degli eventi: una foratura, la disattenzione di un compagno o di uno spettatore, una buca nell'asfalto, un guasto meccanico. Non ricordo che Alfredo avesse parlato del ruolo decisivo che, nella storiadel Giro d'Italia, hanno avuto … i cani. In alcune occasioni sono stati proprio i nostri amici a quattro zampe a decidere chi doveva vincere la “corsa rosa”. Lo si era visto fin dalla notte dei tempi, nel primo Giro del 1906. La gara era partita alle tre della notte del 13 maggio dal Rondò di Loreto, allora periferia di Milano, direzione Bologna.. Dopo poche centinaia di metri, nel buio fitto, le biciclette si erano accartocciate tra loro, e il “Diavolo rosso” Giovanni Gerbi, uno dei favoriti, era già tagliato fuori dalla corsa. Ma il bello era accaduto un po' più avanti quando un altro grande favorito, il francese Petit-Breton, aveva deciso di mettere qualcosa sotto i denti, aveva tirato fuori dalla tasca un mezzo pollo arrosto, aveva fatto appena in tempo ad azzannare la coscia che un cane gli aveva attraversato la strada e lo aveva fatto capitombolare, allontanandosi felice con il pollo in bocca. Nel Giro del 1940, nella famosa tappa dell'Abetone, era nata la stella di Fausto Coppi; ma sarebbe stato lo stesso se un cane non avesse attraversato la strada a Gino Bartali nella discesa della Scoffera verso Genova, in occasione della seconda tappa? Ginettaccio aveva riportato la lussazione del femore, aveva proseguito stoicamente ma senza speranza di vincere il Giro, per cui si era rassegnato a fare il gregario del suo giovane compagno di squadra alla Legnano.
Sette anni dopo, al Giro del 1947, a descrivere l'ennesima irruzione in corsa di un cane era stato un grande scrittore come Vasco Pratolini. Nella terza tappa, da Reggio Emilia a Prato, il Giro affrontava l'Abetone dal versante emiliano. A Pievepelago c'era in fuga Ezio Cecchi, ma un cane si era “intrufolato tra le sue ruote” e l'aveva mandato “a gamballaria”. Quando due giorni dopo, il Giro era transitato da Monsummano, patria del nostro “scopino” (perché a tempo perso Cecchino faceva scope e granate per raggranellare qualche soldo e mantenere moglie e quattro figli), Pratolini si aspettava di trovare i suoi compaesani “schierati sotto una forca con un cane appeso” per vendicarsi della “bestiaccia di Pievepelago".Ma invece i monsummanesi si erano rivelati gente di buon cuore e non avevano “torto un pelo a un cane”. Ma che tipo di cane era? L'aveva osservato bene un altro giornalista, Massimo Rendina del “Giornale dell'Emilia”. La bestiaccia" era in realtà “un cane piccolo e bastardo”, che “volendo far le feste” alla carovana aveva provocato un disastro. Cecchi era un povero pedalatore che non possedeva certo “la fabbrica o la bottega di biciclette” come i campioni che si erano arricchiti; era uno dei tanti che pensava “al premio di tappa” perché gli avrebbe consentito di “far campare la famiglia”. Poteva essere la sua giornata di gloria, Ezio era riuscito a raggiungere Aldo Ronconi; i due fuggitivi avevano un minuto di vantaggio quando “il cagnolino di razza ignota” aveva fatto fare un capitombolo al povero Cecchino. Quella tappa l'avrebbe vinta, a Prato, Fausto Coppi, che poi sarebbe arrivato in maglia rosa a Milano, mentre Cecchi avrebbe conquistato un meritato quarto posto.
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