Il dolore
Uccise il compagno di stanza: trent’anni
Ritenuto semi-infermo di mente, Gianluca Lotti è stato condannato dal gip di Pistoia per l’omicidio di Massimo Tarabori
PISTOIA. Condannato a trent’anni di reclusione Gianluca Lotti, il pluriomicida pistoiese in carcere dal 17 gennaio dello scorso anno per aver massacrato a colpi d'ascia il compagno di stanza in una casa famiglia di Massa e Cozzile. Il processo per rito abbreviato - dopo la richiesta del giudizio immediato presentata dal pm titolare dell'inchiesta Luigi Boccia - è stato celebrato ieri mattina davanti al giudice delle indagini preliminari del tribunale di Pistoia. Al termine di una breve camera di consiglio, il gip ha accolto in pieno la richiesta del pubblico ministero: pena base ergastolo, sconto di un terzo per il rito abbreviato (30 anni) con le aggravanti prevalenti sull'attenuante della seminfermità mentale. Al termine della pena, come misura di sicurezza relativa alla sua pericolosità sociale, Lotti dovrà passare altri tre anni in una casa di cura e custodia.
L'avvocato difensore dell’imputato, Cecilia Turco, al termine della propria arringa, aveva chiesto il riconoscimento dell'attenuante delle seminfermità mentale equivalente alle aggravanti. Gianluca Lotti, 39 anni, è stato dichiarato semi-infermo di mente al termine della consulenza, eseguita dal professor Rolando Paterniti, psichiatra alla clinica universitario di Careggi, disposta - su richiesta del pm Boccia e anche su sollecitazione dell'avvocato difensore - nell'ambito dell'incidente probatorio disposto dal gip stesso per fotografare con la sua tempestività quella che era la condizione mentale dell'indagato a poche settimane dal delitto commesso.
Gianluca Lotti si trova sempre recluso nel carcere di Prato, dotato di una sezione di massima sicurezza giudicata più idonea ad ospitarlo e a garantire la sua incolumità e quella degli altri detenuti. Era accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dai futili motivi, dal rapporto di coabitazione con la vittima e dalle recidiva specifica: non sopportava il fatto che la vittima, Massimo Tarabori, 53 anni, di Pescia, gli desse degli ordini e che non facesse la sua parte per tenere in ordine la casa.
Come lui stesso, con glaciale puntualità, in un resoconto privo di qualunque coinvolgimento, aveva spiegato al giudice durante l’interrogatorio di garanzia seguito all’arresto, già da giorni in lui aveva preso forma la volontà di uccidere il compagno di stanza. Un'idea che gli si formava in testa durante il giorno ma che poi «di sera, quando andavo a letto, mio svaniva». Ma alla fine, «come in una pentola che bolle il coperchio è saltato via».
A detta degli operatori della casa famiglia dell'associazione "Un popolo in cammino" e dei medici che lo seguivano, in Lotti non si sarebbe manifestato alcun segnale premonitore della tragedia che sarebbe poi avvenuta. Anzi, il suo comportamento collaborativo, le risposte che dava alla terapia farmacologica e alle sollecitazioni delle attività in cui veniva coinvolto, avevano destato l'ottimismo di tutti. Ma evidentemente la sua reale pericolosità non era stata percepita.
Così, quel giovedì sera, 17 gennaio, aveva messo in atto il suo piano omicida. Non sopportava più Massimo Tarabori, e aveva perciò deciso di risolvere il problema eliminando, nel senso letterale della parola, la causa. Aveva aspettato che il compagno di stanza dormisse e lo aveva massacrato a colpi di ascia. Per poi, farsi la doccia, radersi, fare la valigia per il carcere e chiamare la polizia per farsi arrestare.
Massimo Donati
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