Toscana
Giovane, straniero e senza famiglia: la burocrazia gli vieta di giocare a pallone
Pieve a Nievole: il calcio è l’unico momento di serenità per un immigrato sedicenne ma da mesi aspetta inutilmente il tesseramento. Lo sfogo del dirigente: «Mi sono vergognato a dirgli che non poteva scendere in campo con i suoi compagni»
PIEVE A NIEVOLE. Giocare in una squadra di calcio dovrebbe essere un diritto acquisito per tutti i bambini e i ragazzi che vogliono provarci. Ma non è così. Lo confermano le amare parole di Gian Luca Stefanelli, dirigente della società Giovani Via Nova.
«Voglio raccontarvi – scrive Stefanelli in una lettera aperta – la storia che riguarda un ragazzone straniero di sedici anni. Entrato in Italia con la madre è stato poi da lei abbandonato, e costretto a chiedere assistenza alle autorità che hanno provveduto ad affidarlo a una struttura di accoglienza che potesse seguirlo e consentirgli di frequentare con regolarità la scuola. Inutile sottolineare la tristezza di non poter vivere una vita “normale” come i suoi compagni di scuola, una vita fatta di piccole o grandi attenzioni e di affetto, scandita dalla svagatezza tipica dell’adolescenza, dalle amicizie da frequentare. Tutte cose che a lui sono state negate».
Eppure uno sprazzo di normalità poteva entrare nella sua vita, ma nel mezzo ci si è messa la burocrazia: «Dopo due anni vissuti in questa semilibertà – prosegue il dirigente – si è finalmente aperto uno spiraglio rappresentato dalla possibilità di iscriversi a fine estate a una scuola calcio (la sua passione), partecipare agli allenamenti, avere nuovi amici con cui relazionarsi e divertirsi anche se solo durante gli allenamenti. La difficoltà stava nel reperire la documentazione per poter essere tesserato, e quindi giocare nel fine settimana con i suoi compagni. Finalmente a novembre (dopo 4 mesi) la documentazione richiesta era completa ed è stata avviata la pratica di tesseramento a una società dilettantistica giovanile della zona. Per la prima volta sembrava possibile per lui coronare il sogno di giocare a calcio e vedere una nuova luce nei suoi occhi è stato gratificante per tutte le persone che se ne sono occupate».
Tutto risolto? Nemmeno per idea: «Purtroppo – prosegue la testimonianza – sono trascorsi ormai tre mesi e mezzo e siamo ancora in attesa del tesseramento, il campionato è quasi a metà del girone di ritorno e le speranze di vedere realizzarsi quel sogno si affievoliscono. Nonostante ciò lui continua ammirevolmente ad allenarsi coi compagni, a incitarli e a gioire con loro per le vittorie, divenendo un esempio per tutti. Per fortuna nel frattempo è stato accolto dalla sua nuova famiglia che, pian piano, gli sta restituendo l’affetto e una vita da vivere. Detto ciò, penso che la capacità di una nazione di soddisfare le esigenze delle persone che ci vivono si misuri soprattutto nelle piccole cose, e questa storia ci dimostra quanto il nostro paese queste capacità non le abbia più da tempo. La vicenda sottolinea quanto a tutti i livelli il nostro paese sia schiavo e succube di una burocrazia miope, irritante e soprattutto completamente inutile, a maggior ragione se parliamo di sport giovanile».
Quindi l’amaro sfogo: «Questo settore dovrebbe, proprio per i suoi valori guida, ergersi al di sopra di questa vergogna. Uno sport e una federazione incapaci di consentire di giocare a un ragazzo di 16 anni, in un campionato dilettantistico provinciale, quale reale futuro possono avere? Nel dire al ragazzo che ancora non poteva giocare mi sono vergognato, ma il problema vero sta nel fatto che chi è veramente responsabile di tutto questo, non se ne vergognerà certamente e soprattutto continuerà indisturbato ad occuparsi (male) di queste cose».
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