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Pescia, la vita dei profughi raccontata da loro

di Maria Salerno
Pescia, la vita dei profughi raccontata da loro

I rifugiati all’Hotel dei Fiori, da mesi in attesa del pocket money: «Non vogliamo far del male, il destino ci ha portato qui»

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PESCIA. Vengono dal Senegal, dal Ghana, dalla Sierra Leone, ma anche dalla Siria, dal Pakistan, persino dal Nepal. Sono Madou, Murtaza, Shambeer, Omar, Baor. Questi alcuni dei nomi e delle nazioni degli immigrati ospiti all'hotel dei fiori.

Attualmente sono 85, alcuni sono arrivati già 3 o 4 mesi fa, altri sono qui solo da qualche settimana. Il più anziano tra loro ha 47 anni, il più giovane appena 17. Impossibile tracciare una linea comune che leghi le loro vite, ognuno ha la sua storia e ogni storia è diversa dall'altra. C'è chi fugge dalla povertà, chi dalla guerra, chi da una sharia (la legge islamica). Non tutti sono musulmani, ci sono anche dei cristiani tra di loro. Ciò che hanno in comune, invece, è che tutti sono arrivati dal mare, passando per la Libia. Poco più di mille dinari in media il costo di un viaggio (all'incirca 500 euro) che a volte può durare per mesi, a volte però anche per anni. Quando hanno lasciato i loro paesi nessuno aveva idea di quale fosse la situazione che avrebbe trovato in Italia, vale a dire quella di un paese in crisi nel quale trovare un lavoro è diventato impossibile persino per gli italiani. Semplicemente sognavano un avvenire migliore di quello che la loro realtà d'origine avrebbe sicuramente riservato loro. Molti hanno un titolo di studio o una qualifica professionale, ma sarebbero disponibili a fare qualunque cosa pur di garantirsi un futuro.

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Ma al momento sono solo in attesa del permesso di soggiorno, senza il quale è impossibile fare qualunque cosa, poi si vedrà. Quando sono partiti e mentre erano in viaggio non avevano un piano preciso, non sapevano esattamente dove sarebbero arrivati e cosa avrebbero fatto, erano solo in cerca di una situazione che potesse restituire loro la dignità umana.«Siamo nelle mani dello Stato italiano – dice uno di loro con rassegnazione – che ci tratti bene o male, al momento non abbiamo altre scelte». I ragazzi raccontano di avere percepito in qualche modo di «non essere graditi ospiti» in città. «Qualcuno mi guarda come se vedesse un uomo nero per la prima volta – esclama uno di loro, sorridendo – ma non abbiamo scelto noi di stare a Pescia, la prefettura ci ha mandati qui».

Le condizioni non sono il massimo, ma questa è la realtà con cui devono convivere. Anche se non tutti i diritti vengono rispettati. per esempio, stando a quanto raccontano, non avrebbero mai ricevuto il cosiddetto “pocket money”, cioè la piccola paga giornaliera (2,50 euro) che spetta agli ospiti delle strutture. Da mesi, lamentano i ragazzi, non sentono le loro famiglie perché non hanno soldi per mettersi in contatto con loro. Qualcuno lamenta di avere qualche problema di salute, ma non sempre sembrerebbe essere garantita la possibilità di essere visitati da un medico. Quasi tutti hanno espresso il desiderio di volere imparare la nostra lingua.

E cosa direste ai pesciatini se poteste comunicare con loro? «Che non siamo qui per danneggiare qualcosa o qualcuno, non vogliamo fare del male a nessuno, è il destino che ci ha portati a stare qui, abbiamo solo bisogno d'aiuto per vivere dignitosamente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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