Il Tirreno

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Panapesca, dipendenti a rischio beffa

Per la legge Fornero i 39 lavoratori in mobilità potrebbero essere “costretti” ad accettare l’assunzione di una ditta subentrante

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MASSA COZZILE. Potrebbe appellarsi a un articolo della legge Fornero la Panapesca e così riuscire a evitare l’oneroso pagamento della mobilità ai 39 lavoratori prossimi al licenziamento. È un’ipotesi, questa, che sta circolando da diversi giorni in azienda, e che sarebbe saltata fuori anche nel corso degli incontri tra proprietà e sindacati andati in scena alcune settimane fa, prima della scadenza dei termini e della verbalizzazione del mancato accordo tra le parti.

Panapesca all’ultimo minuto aveva anche deciso di cedere ad alcune richieste dei sindacati. In pratica i 39 impiegati e operai sarebbero stati licenziati e contestualmente riassunti da una cooperativa subentrante con contratto prima a tempo determinato e, dopo un anno, indeterminato. Era stato messo sul piatto anche un incentivo da 6mila euro. Condizioni non ritenute sufficienti dai lavoratori, che ora non escludono di ricorrere alle vie giudiziali. «Questa vicenda – commenta Francesco Nebbia, della segreteria provinciale Ugl – mi ha messo una profonda amarezza. Abbiamo cercato in tutti i modi di portare l’azienda su una strada di maggiore consapevolezza, ma non è stato possibile. Anzi, ci è stato sempre nascosto il vero obiettivo di questa manovra: la cessazione di un reparto». Eppure sarebbe facile controbattere che l’ultima proposta della società era pur sempre meglio che il licenziamento in tronco. «È però mancata ogni minima chiarezza – replica Nebbia – in quanto al tavolo delle trattative è stato sempre assente l’elemento più importante: l’acquirente, ovvero l’azienda di servizi che sarebbe subentrata e avrebbe riassunto i lavoratori. Perché si è arrivati ai licenziamenti, quando la strada più logica era quella del trasferimento del ramo d’azienda? Perché non dirci a quali condizioni economiche e con quale inquadramento sarebbero stati riassunti i dipendenti? Perché non ricorrere ad altri ammortizzatori sociali? E perché non ci è mai stato detto chi era questa società subentrante per poter verificare la sua solidità e i suoi bilanci?». In definitiva è mancata la “trasparenza”, in questa vicenda. Tanto più che circola tra i lavoratori un’ipotesi che già era stata prospettata durante le trattative. In pratica la legge Fornero prevede che se a un lavoratore in mobilità viene offerto un contratto con un altro inquadramento e con una maggiorazione di almeno il 20 per cento di quanto percepito con le indennità di disoccupazione, questi è “costretto” ad accettare l’offerta, pena la perdita dei contributi di mobilità. «Un salto nel buio che ci imporrebbe di accettare uno stipendio comunque non allineato al costo della vita di oggi e rinunciando a tutte le tutele previste dalla legge», commentano i lavoratori. Un’operazione, questa, che consentirebbe a Panapesca di risparmiare diversi soldi. Il mancato accordo coi sindacati, infatti, impone all’azienda di pagare una sorta di penale, che consiste in 9 mensilità di mobilità per ognuno dei 39 lavoratori. Penale che rientrerebbe nel caso i dipendenti fossero riassunti dalla società (o cooperativa) subentrante; che, oltretutto, avrebbe dalla sua alcuni sgravi fiscali in quanto assumerebbe lavoratori in mobilità. «Eppure – dice sconsolato Nebbia – per trovare un accordo sarebbe bastato portare al tavolo l’acquirente, una maggiore chiarezza e qualche incentivo in più. E si sarebbe risolto tutto».

David Meccoli

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