Sicurezza
Il «Biondino», comandante partigiano a soli 18 anni
«Ecco la verità sull’eccidio di Collodi, la colpa fu dei disertori tedeschi»
PESCIA. Il “Biondino” lo chiamavano, per i suoi ricci biondi. La famiglia era benestante, ma lui a 18 anni divenne comandante partigiano a Collodi. A quell’età era già stato in fabbrica ed era entrato nel Partito comunista clandestino.
Aldo Michelotti, classe 1926 è nato nel paese di Pinocchio e vive ancora qui a Collodi con il fratello Sidio e le sorelle Anna ed Assunta.
Della guerra ricorda tutto, nomi, date, piccoli particolari. Il 10 ottobre 1940 Aldo, a pochi mesi dalla dichiarazione di guerra di Mussolini,con in tasca un diploma di avviamento professionale, entra come operaio all’officina Galileo di Firenze. Già il diploma dimostrava che veniva da una famiglia dove si potesse andare oltre l’obbligo scolastico che era a 10 anni.
«Il 28 ottobre 1940 mi presentai in fabbrica con vestito e cravatta- ricorda Aldo- il tecnico Barsi mi chiamò dicendomi, perché sei vestito così? Oggi ricorre la Marcia su Roma e per le feste fasciste si deve venire in camicia nera. Io arrossii dalla vergogna, ma vidi due operai vestiti senza orbace. Non capivo. Andai con loro a mensa e mi spiegarono che non avevano la tessera del Pnf. Ero ignaro di tutto e loro cominciarono a parlarmi del fascismo ed io iniziai a fare i miei ragionamenti su ciò che mi dicevano. Si chiamavano il “Peretola” e l’Orefice. Da quel giorno non li lasciai più».
«Mia mamma, Maria Anna Calamari viene da una famiglia importante di Villa Basilica. Mio padre, Giovanni Michelotti era capo fabbrica in una cartiera a Collodi ed aveva un possedimento a Santa Margherita. Avevamo tanti castagni ed io portavo i necci in fabbrica»
«Era l’inverno tra il ’41 ed il ’42. L’Orefice mi sussurrò: ho bisogno di chiederti una cosa importante. Mi puoi rispondere sì o no, ma pensaci. Noi vorremmo introdurre in fabbrica volantini contro il fascismo, sei disposto a darci una mano? Accettai».
«L’8 settembre del ’43 i nati nel 1925 dovevano presentarsi al distretto militare. Io continuavo a lavorare in fabbrica, avevo un permesso del comando tedesco. Il sabato e la domenica andavo da Antonio Bonini, un antifascista liberale, per ascoltare radio Londra e frequentavo la casa di Antonio con i miei amici di Collodi, Sirio Ferrari, Livio Frateschi, Fulvio Pizza, Dante Pizza, Antonio Bini e Ciomei Raffaello. Alcuni di loro erano del ’25 ed avrebbero dovuto presentarsi. Cosa facciamo? Si chiedevano. Io dissi di non perdersi in domande e di prendere una decisione. Tutti si rifiutarono di partire militari e decisero di rimanere qui, a combattere.Era il 12 novembre: nacque la prima formazione clandestina partigiana. Eravamo in sette». Aldo continua: «Il Bonini ci consegnò 250lire, due pistole a tamburo a canna lunga e due scatole di munizioni. Sirio Ferrari e Livio Frateschi purtroppo vennero fucilati, uno in Liguria, l’altro nel famoso eccidi dio di Collodi nel ’44».
Aldo racconta che, contrariamente a ciò che è stato scritto più volte di questa vicenda, che parrebbe far ricadere la colpa sugli stessi partigiani, il rastrellamento è avvenuto a causa di due polacchi disertori dell’esercito tedesco, che si erano dedicati a ruberie nella zona di Pescia.
«I due polacchi avevano trovato rifugio da un pastore –dice Aldo- una sera si recarono da un industriale cartaio per estorcere denaro, fingendosi partigiani. Vicino all’abitazione dell’uomo, Antonio Vanberti, c’era una pattuglia di tedeschi. I polacchi buttarono due bombe a mano, uccidendoli. I tedeschi per rappresaglia fecero un rastrellamento: catturarono il Frateschi, il Giannoni, Uili Pizza, il Bini ed una ragazza. Vennero fucilati tutti. Ma noi riuscimmo ad uccidere questi due polacchi a Sant’Anna di Medicina»
Come eravate organizzati? «Gli altri partigiani mi fecero comandante, benchè fossi il più giovane, perché parlavo sempre ed avevo avuto l’esperienza di volantinaggio alla fabbrica. Sulla collina che guarda villa Vanberti, dove c’era un comando tedesco, stavano due di noi, in un capanno di cacciatori, per osservare gli spostamenti dei tedeschi con un binocolo. Altri due stavano a Gelli, in un vecchio rudere, per controllare la strada che da Collodi portava a villa Basilica, sede di un altro comando nemico. Altri tre dormivano nella canonica della vecchia chiesa di Collodi e guardavano la provinciale lucchese. Poi da sette diventammo sedici, tutti uomini, più alcuni collaboratori ed informatori»
Cosa mangiavate?
«Viola Bernardini, che abitava fuori dal paese, ci macinava il grano e faceva il pane. Due di noi andavano a prenderlo. Noi però, in cambio di quel pane, aiutavamo la donna nei lavori dei campi. Pizza Dante, uno di noi, era macellaio e riusciva a farci avere la carne che mettevamo sotto sale, anche questo datoci da due amici livornesi». Poi racconta un’azione di sabotaggio sulla Linea gotica, la linea difensiva istituita dai tedeschi nel ’44.
«Dalla base Verruca partimmo in sette. Avevamo stabilito di andare in località Luso a fare un sabotaggio contro le difese nemiche, portando una cassetta di tritolo, il detonatore ed una sveglia per stabilire l’esplosione. Arrivati lì, vedemmo due soldati tedeschi che camminavano lentamente con le mitragliette e che si fermavano in un punto dove c’era una vegetazione molto folta, rimanendo lì per alcuni minuti.
« Capimmo che c’era qualcosa ed uno di noi andò a vedere. Scoprì un deposito di proiettili da mortaio e casse di nastri per mitragliatrici. Iniziammo l’operazione di sabotaggio alle 23.54 e lo scoppio fu previsto per le tre del mattino. Andò tutto per il meglio e quando sentimmo l’esplosione ci abbracciammo dalla gioia».
Aldo ha ancora tanto da raccontare: la fine della guerra, la miseria, la disoccupazione, ma anche la fortuna di poter “ripartire” con le redini della propria vita in mano.
«La fabbrica Galileo venne trasferita a Genova. Nel ’46 conobbi Alemanno Breschi, un comunista di Lucca che vendeva grandi marche di prodotti alimentari. Mi dette una Giardinetta, all’epoca nessuno a Collodi aveva l’automobile, e cominciai a fare il rappresentante. Poi lui morì ed io rimasi di nuovo senza lavoro. Allora entrai al mercato dei fiori e cominciai a vendere anche andando in giro con la macchina. Ecco che divenni un commerciante».
Poi l’amore, prima con una donna ungherese, poi con una cecoslovacca, divenuta sua moglie. Ed Aldo saluta, i suoi occhi azzurri brillano nel sole Oggi è presidente dell’Anpi di Pescia ma soprattutto ci tiene che si scriva una cosa.
«Io sono rimasto comunista, mi raccomando lo scriva!».
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