Toscana
Un uomo in fuga dai tedeschi giurò a Hitler, poi fu partigiano
Ugo Sargenti lavorava fra villa Bellavista e l’hotel La Pace a Montecatini
MONTECATINI. Dove dormivano (e gozzovigliavano) Puccini e Leoncavallo, Totò e i duchi inglesi, giacevano feriti i soldati della Wermacht. Il grand hotel La Pace, come altri palaces montecatinesi, erano stati requisiti dai tedeschi dopo l’8 settembre e trasformati in ospedali.
Ugo Sargenti ha 90 anni, sposato da 51, due figli maschi. La sua famiglia gestisce un laboratorio di fabbro fra i più famosi di Lucca. Vive a Monte S. Quirico, fra Lucca e Camaiore, ma ha vissuto gran parte della guerra in Valdinievole.
E’ un uomo che è scappato tre volte ai tedeschi, ma non sempre alla burocrazia italiana. Una storia la sua che ricorda quella di tanti italiani illusi e poi travolti dal Fascismo.
Tutto comincia quando viene chiamato alle armi. Mussolini è caduto il 25 luglio del 1943, lui poco dopo riceve la cartolina precetto.
«A 18 anni sono partito militare. Il 30 agosto arrivo a Modena per fare addestramento in un reparto di artiglieria. L’8 settembre finisce tutto. C’è l’annuncio dell’armistizio da parte del maresciallo Badoglio. La storia la conoscono tutti: i Regio esercito, rimasto senza ordini, si dissolve. L’Italia è occupata dai Tedeschi. In caserma arrivano i panzer tedeschi e ci fanno tutti prigionieri. Noi reclute veniamo portate in una sorta di campo di concentramento ricavato in un caserma di fanteria. La destinazione finale, naturalmente sarebbe stata la Germania.
«Avevamo una fame _ racconta Ugo nello studio della sua casa di Monte San Quirico_ una sera io e il mio amico geometra Ciabattari di Ponte a Moriano ammazziamo un mulo ai tedeschi, lo mettiano in una dispensa rinfrescata e poco alla volta ce lo mangiamo, un po’ duro ma buono».
Sargenti era un giovane intraprendente. «Per non finire internati, organizziamo la fuga. Fuggimmo dalle fogne della caserma, strisciando nella melma per 600 metri. Ci ripulimmo al lavatoio pubblico e poi partimmo per l’Appennino, volevamo tornare a casa. Eravamo in quattro, ci facemmo a piedi il passo dell’Abetone. Un mio amico sarto di San Michele di Moriano ebbe paura a scappare. Finì in Germania dove prese la tubercolosi. Finita la guerra tornò a casa ma morì poco dopo».
Ben altra fibra Sargenti che confessa una cosa: «Ho scritto le memorie della mia guerra 10 anni fa. Avevo 80 primavere e pensavo di essere vicino al congedo illimitato. Invece dopo 10 anni sono ancora qui».
E riparte il racconto di Ugo che vede iniziare la sua seconda vita da militare.
«A novembre c’è il bando Graziani e io mi presento a Firenze per il nuovo esercito di Salò. Grazie ad un amico di mio padre, il generale Adami Rossi, evitò il fronte e inisco in un ufficio all’ospedale di San Gallo. Ma non era ancora finita. Vennero i Tedeschi e ci presero in una quindicina di soldati. Tutti giù per le scale e poi nel cortile. Mentre attendevamo di partire, io riuscì a nascondermi in ospedale e a fuggire».
Ma la seconda fuga dai tedeschi durò veramente poco. Perchè i Tedeschi conoscevano il suo nome.
«Mi vennero a cercare a casa e minacciarono mio padre: se non mi fossi presentato, sarebbero venuti a prendere lui. Mi presentai a forza al comando tedesco a Fiesole, a villa Mantellate. Era fine gennaio 1944, firmai e giurai fedeltà ad Hitler. Ebbi una divisa italiana ed una fascia gialla con su scritto: esercito tedesco. Ero un soldato tedesco».
Sargenti fu assegnato a villa Bellavista a Borgo a Buggiano. Una dimora bellissima in Valdinievole, da sempre proprietà dei vigili del fuoco.
«Facevo l’infermiere e lo sguattero. La villa era un convalescenziario per i tedeschi che arrivavano da Montecatini. Una volta curati stavano lì».
C’è una foto che pubblichiamo in cui si vede Sargenti con alcuni feriti tedeschi che prendono il gelato da un carrettino.
« Il gelataio arrivava da Borgo a Buggiano. Ma non creda che fossimo in vacanza. Quasi tutte le sere passavano i bombardieri americani e talvolta attaccarono anche la villa. Per un motivo solo: c’era un’officina con autorimessa dove i Tedeschi aggiustavano i propri mezzi. Da qui i bombadramenti. Che erano terribili. Ogni volta mi toccava proteggere una giovanissima suorina terrorizzata dai colpi».
Un’altra foto vede Sargenti nel palco dell’hotel La Pace: «Quel militare tedesco era un comico, si andava a fare uno spettacolino per i soldati feriti».
Tutte le mattine, con un camion andavano a Firenze: io, un mio commilitone e due soldati tedeschi che guidavano il mezzo.
«Alle 5 ci sia alzava a e si andava nel capoluogo a fare rifornimenti per l’ospedale. Viaggiavamo sulla Firenze-Mare, l’autostrada era stata costruita nel 1933 per permetterci di andare al mare. Il pomeriggio si rientrava a Borgo a Buggiano, io ed il mio collega mettevamo la testa fuori dal telone per avvistare eventuali caccia americani. Più di una volta ci mitragliammo e il camion fu incendiato. Così ci toccava tornare a piedi in ospedale e senza la merce».
Come ricorda Sargenti, il controllo dei cieli era totale, non esisteva niente che potesse contrastare gli americani. Non c’era più aviazione italiana, unica forma di difesa era la contraerea. Ma con poche mitragliatrici pesanti.
Le cose andarono avanti per un po’. Dopo la conquista di Roma (4 giugno 1944), gli Alleati entrano in Toscana.
«Quando il fronte in estate si attesta sull’Arno, i Tedeschi iniziarono a sbaraccare tutto a Montecatini. Io vidi la malaparata e decisi la fuga, la terza dai Tedeschi».
A dargli una mano, stavolta, un disertore tedesco, dotato di un sidecar. Quei bellissimi mezzi che oggi si vedono soprattutto nei film dell’epoca.
«Questo tedesco diceva Hitler scheisser, Hitler merda, ed era già d’accordo con i partigiani per andare a combattere con loro. Arrivammo a Vellano, sopra Pescia. Mancavano armi da fuoco. Mi dettero un pugnale e delle bombe a mano, oltre a riempirmi lo zaino di munizioni per i miei compagni».
Sargenti combatte ma poi si dette alla macchia.«Fui nascosto dai miei a San Martino in Vignale in una casa colonica e lì aspettai la Liberazione, che arriva i primi giorni di settembre di quel 1844.
Ma per Sargenti non è ancora finita. Il 5 agosto del 1946 ricevette la cartolina precetto, rosa. Non era bastato quello che era successo a 19 anni, la rinata Repubblica bussava per l’esercito. Che era ancora almeno sulla cartolina rosa il «Regio esercito italiano».
«Ma quella volta non mi sono dovuto dare alla fuga – scherza Sargenti sotto gli occhi della moglie – ce l’ho fatta ad evitare il militare. Avevo già dato tanto alla patria».
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