Gioco
Il patron della Missardi in campo per salvare l’azienda Mabro
Sul tavolo del commissario giudiziale è arrivata la busta con l’offerta firmata da Massimo Calugi L’imprenditore e il suo socio in quest’avventura hanno incontrato il sindaco di Grosseto Bonifazi
MONTECATINI. Origini contadine, radici ben piantate nella terra di Lamporecchio, Massimo Calugi viene da quella parte di Toscana dove la gente è abituata a rimboccarsi le maniche fin da giovani. È lui, insieme ad Alessandro Calugi (omonimo del fratello gemello di Massimo, pur non essendo parente) , è il nome che si è fatto avanti per rilevare, che vuol dire salvare, la Mabro l’azienda tessile grossetana che dà lavoro a 216 persone. «Ho cominciato a lavorare che avevo 16 anni – racconta – poi mi ha seguito mio fratello gemello, appena finite le scuole. Io ero un irrequieto, non avevo voglia di stare dietro al banco». Calugi ha cominciato la sua avventura lavorando le pelli, conto terzi, «poi piano piano abbiamo deciso di mettere su ditta per conto nostro e siamo partiti con tre dipendenti. Ora ne abbiamo più di ottanta, in due stabilimenti: a Montecatini ed Empoli». Nella città termale, il nome di Calugi è rappresentato da quello della Missardi, l’azienda della quale è amministratore insieme al fratello gemello Alessandro, che produce capi e accessori in pelle per le grandi griffe italiane e internazionali. Qui si creano gli oggetti del desiderio di chi può permettersi di spendere per vestirsi. E proprio per fornire ai propri clienti, alle grandi griffe internazionali, un servizio più completo, Calugi ha pensato di avvicinarsi alla Mabro. «Facciamo anche produzione di tessuto oltre che di pelletteria – spiega – e abbiamo creato anche noi una collezione di abiti da uomo di alta sartoria. Ma quello che ci serve è il know how che la Mabro riuscirebbe ad offrirci».
La Missardi è sponsor ufficiale della squadra di basket Sporting basket 1949 e partner ufficiale della Fiorentina. «Non abbiamo mai ricevuto contributi statali per fare impresa – aggiunge Calugi – quello a cui teniamo di più è mantenere il nostro nome e il fatturato della nostra azienda». Un fatturato che farebbe ben sperare per il futuro della Mabro, con quindici milioni di euro all’anno che vogliono dire un bel portafoglio clienti e la possibilità di sviluppare il mercato estero. «L’unico in questo momento che investe ancora nel polo del lusso e delle grandi griffes - aggiunge - con tanti Paesi che possono aprire le loro porte e accogliere questi prodotti».
Così nella busta arrivata qualche giorno fa sulla scrivania del commissario giudiziale del caso Mabro, Giampiero Russotto, ci sono due nomi che sembrano quasi un rompicapo: quelli di Massimo e Alessandro Calugi. Ieri i due imprenditori erano a Grosseto, dove hanno visitato la fabbrica e incontrato il sindaco Emilio Bonifazi, insieme agli assessori Emanuel Cerciello e Gianni Chelini per la Provincia.
«L’interesse c’è – dice subito Massimo Calugi – soprattutto per le maestranze, che sono l’unica parte sana di questa fabbrica». Dei macchinari e dello stabilimento, meglio non parlare per ora. «Mah - si stringe nelle spalle Calugi - sembra un’azienda cinese degli anni ’70. I macchinari sono obsoleti, lo stabile è in pessime condizioni. Ma ripeto, quello che ci interessa sono i lavoratori». E di questi tempi, trovare imprenditori che parlano così è come imbattersi nel famoso ago nel pagliaio. Tanto che, nella proposta presentata anche a Bonifazi, i Calugi sarebbero disposti a prendere tutte le maestranze per un periodo superiore a due anni, in linea con quello che stabilisce la Prodi bis.
L’altro Calugi che si imbarcherebbe in questa avventura, Alessandro appunto, ha due uffici commerciali a Parigi e un portafoglio clienti con decine e decine di griffe pronte a far cucire i propri capi proprio nello stabilimento di Grosseto. Per un giro che nel tempo potrebbe arrivare anche a quindicimila vestiti all’anno.
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