Sicurezza
Vauro mattatore sul proscenio del Montand
Ritira il premio Giusti per la satira e racconta la sua indignazione verso chi «vuole dare lezioni a chi non arriva alla fine del mese»
MONSUMMANO. Quell'ironia graffiante che non fa ridere a crepapelle. Ma serve per riflettere, sempre più tristi, su ciò (e chi) ci circonda. Serve per pensare. «È un qualcosa di magico, l'idea è un mistero, ancora non capisco come può arrivare. I miei personaggi sono solo miei, vivono una vita separata e diversa rispetto a chi si ispirano. Io con gli “altri”, quelli veri, non voglio avere niente a che fare: li evito sempre, non stringo mani, oltreché per questioni igienico e morali anche perché io non sono e non voglio essere il loro giullare di corte»: a Vauro Senesi, in arte semplicemente Vauro, 59 anni e pistoiese di nascita, l'edizione numero 23 del premio “Giuseppe Giusti” sezione satira. Per intendere la sua personalità e i suoi umori, rivedersi il diverbio tra il vignettista e Flavio Briatore, consumato in diretta tv nell'ultima puntata di Servizio Pubblico, la trasmissione di Michele Santoro. «Non ero arrabbiato con lui, forse – dice Vauro – ce l'ho di più con questo paese che pensa che persone milionarie possano dare lezioni salvifiche a chi non arriva alla fine del mese. Magari io posso arrabbiarmi di più rispetto ad altri, perché sono privilegiato, ho uno strumento da usare per la mia indignazione, che è molto alta. La satira nasce anche per questo, non deve per forza fare ridere, ma è il termometro della salute di una società». Rosso in viso nelle fasi salienti del litigio, come rossa è la valigetta che si porta dietro appena entra al teatro Montand. A Monsummano Vauro passava ogni giorno da adolescente: con la corriera andava dalla sua città fino a Pescia, all'istituto magistrale. Là si è diplomato dopo che a Pistoia era stato “stato buttato fuori” da scuola. Dopo una marea di vignette, alcuni libri, diverse querele, poco è cambiato nelle sue abitudini: al posto della corriera, ora c'è il treno, al limite qualche passaggio in auto. Perché la macchina non ce l'ha (“ma la patente sì”, precisa), solo un sidecar di cui va matto, e pure fiero. Lo raggiungono in platea la figlia di 37 anni (“che non studia in America”, sottolinea) e poco dopo il figlio di 19. Il tempo di sedersi per un'oretta nelle poltroncine, godersi i canti del Coro Incorso dell'Accademia musicale della Valdinievole, e le premiazioni di saggistica (“Le lacrime degli eroi” di Matteo Nucci) e di opera prima (“Michelangelo Buonarroti. Forme del sapere tra letteratura e arte nel Rinascimento” di Oscar Schiavone). Poi il proscenio, le targhe (una anche dagli Amici di Casa Giusti) e il premio.(l.s.)
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