Il Tirreno

Montecatini

In sciopero per salvare 28 posti di lavoro

In sciopero per salvare 28 posti di lavoro

Montecatini, caso Panapesca: venerdì il faccia a faccia tra azienda e sindacati per affrontare anche il tema degli ammortizzatori sociali

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MONTECATINI. Sono appese a un filo le speranze di mantenere il posto di lavoro per 28 dipendenti della Panapesca, verso i quali è stata già aperta una procedura di mobilità. Ma a quel filo i lavoratori vogliono tenersi ben stretti e giocare tutte le carte a loro disposizione. La prima fase della protesta è andata in scena la scorsa settimana con due ore di sciopero, replicate ieri mattina con un presidio davanti allo stabilimento di Traversagna alla presenza delle organizzazioni sindacali. E proprio queste ultime cercheranno di trovare un accordo con l’azienda nell’incontro programmato per venerdì nella sede provinciale di Confindustria a Pistoia, dove, all’esterno dell’edificio, ci saranno anche i lavoratori (che ricorreranno pertanto ad altre quattro ore di sciopero) per far sentire la loro presenza.

La Panapesca è una storica azienda della Valdinievole con sede a Massa e Cozzile – ma con stabilimenti sparsi anche nel resto d’Italia e in Paesi esteri – specializzata in taglio, confezionamento e commercializzazione dei prodotti ittici. I 28 lavoratori (27 operai e un impiegato) che, se non si troveranno soluzioni dell’ultimo minuto, saranno licenziati, sono in maggioranza donne, tra i 33 e i 56 anni. Tra loro c’è anche chi lavora lì da 38 anni. Li abbiamo incontrati ieri, tra le bandiere dei sindacati (Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs Uil) attaccate sulla cancellata che delimita l’ampia superficie della sede aziendale.

Sono persone che hanno dedicato tanti anni a questa azienda tirata su dal nulla dalla famiglia Panati. Dicono che da un po’ di tempo l’azienda li controlla più assiduamente, che è stato detto loro che rallentano la produttività, che il reparto stoccaggio e spedizione non funziona a dovere. L’appuntamento di venerdì rappresenta uno snodo fondamentale per la loro vita. Se l’azienda dovesse mantenere un atteggiamento di totale chiusura a ogni forma di trattativa, rimarrebbe solamente l’unità di crisi della Provincia dove poter trovare una soluzione. Poi, il baratro del licenziamento.

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«Venerdì – dicono i sindacati – ci siederemo finalmente al tavolo con l’azienda, dalla quale vogliamo alcune risposte. Ci auguriamo che si possa finalmente affrontare il discorso degli ammortizzatori sociali. L’appello che facciamo è quello di una maggiore apertura al confronto».

Gli strumenti per salvare i posti di lavoro, o almeno per posticipare la loro cancellazione, secondo i sindacati ci sono e si chiamano cassa in deroga o cassa integrazione straordinaria (applicabile a una struttura che conta, in totale, ben 256 dipendenti in Italia). «Un percorso – spiegano ancora i sindacati – che tuteli maggiormente i lavoratori, che consenta a 3-4 di loro di scivolare verso la pensione e agli altri di trovarsi un’altra collocazione, di fare formazione o, perché no, di attendere che l’azienda torni a vedere la luce».

David Meccoli

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