Sicurezza
Estorsione e ricettazione: tutti prosciolti
Si chiude la vicenda dei sei bancari e del professionista accusati di aver spinto un imprenditore tra le braccia degli usurai
PESCIA. Tutti prosciolti. Dall’accusa di estorsione, perché il fatto non sussiste, da quella di ricettazione per la prescrizione del reato. Si è conclusa così, ieri mattina davanti al gup del tribunale di Pistoia, l’udienza preliminare nei confronti di sei bancari e un libero professionista finiti sotto inchiesta dopo la denuncia di un imprenditore che li accusava di aver messo in piedi un disegno criminoso, con l’obiettivo di spingerlo tra le mani degli strozzini per poi, una volta scattata l’esecuzione immobiliare, far sì che un edificio commerciale di sua proprietà potesse finire a prezzo irrisorio nelle mani di persone amiche.
Per una vicenda che risale al 2001-2003, nel 2006 i sette finirono sul registro degli indagati nell’ambito di uno stralcio di un’inchiesta più ampia iniziata alcuni anni prima a Udine e conclusasi in quel tribunale con la condanna di tre usurai. Vittima degli strozzini, Giuseppe Paoli, 55 anni, imprenditore capannorese per lunghi anni residente a Montecatini, e la moglie Rossella Moro, 54 anni. I sette imputati prosciolti ieri dal gup Alessandro Buzzegoli sono l’allora presidente dell’ex Credito cooperativo di Alberghi, oggi Banca di Pescia, Franco Papini; l'ex direttore generale Riccardo Arretini; l’ex vicedirettore generale Tiziano Berti; l’ex direttore della filiale di Capannori, Nicola Matteoni; l’ex direttore della filiale montecatinese del Monte dei Paschi di Siena, Daniele Braconi; l’ex funzionario della stessa Mps, Giordano Barabesi; e Maurizio Mariottini, geometra, consulente tecnico di parte del giudice nel procedimento legato ad un’esecuzione immobiliare nei confronti del Paoli.
I primi quattro erano accusati di Estorsione e ricettazione, Braconi e Barabesi della sola estorsione, Mariottini di falsa perizia e di abuso d’ufficio. Estremamente soddisfatto della sentenza l’avvocato Andrea Niccolai, difensore di Papini, Arretini e Berti: «I nostri assistiti hanno operato rispettando quelle che sono le normali procedure adottate dagli istituti di credito. In realtà le accuse della parte offesa si sono dimostrate un’assoluta falsità. La procedura di esecuzione immobiliare è stata assunta semplicemente perché il Paoli non aveva più potuto pagare un mutuo. La banca non avrebbe avuto alcuna necessità di costringere lui e la moglie ad aprire dei nuovi conti correnti in quanto aveva già delle garanzie personali del Paoli per il mutuo concesso».
Paoli contestava l’attribuzione di un valore dell’immobile, messo all’asta dal tribunale, più bassa di quella reale. Secondo le ipotesi investigative della procura, emergerebbe un disegno per appropriarsi dell'immobile dell’imprenditore montecatinese facendo leva su un debito di una società di capitali di cui era socio. A Paoli, nonostante i dirigenti della banca fossero a conoscenza della sua situazione prefallimentare, sarebbero stati concessi finanziamenti e crediti sempre più importanti in modo da condurlo al punto di non ritorno e spingerlo nelle mani degli strozzini, per far sì che altre persone legate alla banca si potessero appropriare della sua proprietà immobiliare, destinata a un notevole incremento di valore.
Inizialmente sul caso la procura di Pistoia aveva chiesto l’archiviazione, a cui si era opposta la parte offesa. Prima ancora che il gup del tribunale potesse decidere sulla questione, nel 2009 il procuratore generale della Corte d’Appello di Firenze, allora Beniamino Deidda, decise di avocare a sé l’inchiesta per poi procedere alla richiesta di rinvio a giudizio.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
