Il dolore
Al maestro di karate l’omaggio dei “suoi bimbi”
Una folla immensa ha preso parte alla cerimonia funebre per Alifaris Esterasi Tutti gli allievi si sono presentati con il kimono davanti alla basilica
MONSUMMANO. «E chi è che non era suo amico?»: sta tutta qui, in questa domanda, colta al volo tra le centinaia di persone presenti ieri in piazza Giusti, la descrizione di Alifaris Esterasi, il maestro di karate ucciso lunedì scorso da un male incurabile a 77 anni. Sì, perché lui era proprio così, una persona capace di farsi amare al primo scambio di battute, anche se era la prima volta che lo vedevi. Una persona che ogni tanto cercava di indossare la maschera del burbero, quando era il momento di farlo, per educare i suoi ragazzi, i suoi “bimbi” col kimono bianco. Ma non riusciva a reggerla a lungo, magari buttava un urlaccio, e quasi subito si girava da un’altra parte e sul suo viso compariva il sorriso, e magari una strizzatina d’occhio se qualcuno lo vedeva.
No, era davvero impossibile non essere suo amico, e ieri, davanti la basilica della Fontenuova, lo si è visto. Centinaia di persone si sono accalcate davanti la chiesa per dare l’ultimo saluto ad Alifaris, l’uomo che ha portato il karate in quest’angolo di Valdinievole e che, soprattutto, ha contribuito a formare, prima ancora come persone che come sportivi, tante generazioni di giovani. E ieri pomeriggio erano tutti lì. Centinaia di persone appunto, alle quali se ne sono aggiunte ancora molte quando è arrivato il feretro dalla sua casa di Pozzarello (paese dove era diventato quasi impossibile riuscire a muoversi, per il numero di persone andate a portare il loro saluto ad “Ali”).
Vecchi amici, parenti, rappresentanti delle diverse federazioni sportive e, per il Comune, l’assessore allo sport Andrea Mariotti (il sindaco, che era andato a trovare la famiglia martedì, era impegnato in una riunione dell’Ato). Ma soprattutto, a stringersi attorno alla moglie Marta e ai figli Patrizia ed Enrico, sono stati i suo ragazzi, dai più piccoli ai più grandi. Tutti con il loro kimono addosso e le loro cinture di diversi colori. Forse erano proprio loro i volti più tristi. In tanti si abbracciavano piangendo per poi comporsi, così come il loro maestro gli aveva insegnato. All’ingresso e all’uscita del feretro dalla chiesa hanno composto un corridoio, in quello che nel linguaggio del karateka rappresenta un omaggio.
Un omaggio continuato sino al cimitero, sempre accompagnato e trasportato dai suoi ragazzi.
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