Il Tirreno

Montecatini

Nessun colpevole per la fine in mare della commessa-sub

di Pierluigi Sposato
Nessun colpevole per la fine in mare della commessa-sub

La Procura di Grosseto chiude, i genitori di Isabella Bertolini 23enne di Montecatini vogliono invece nuove indagini

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GROSSETO. Non ci sono elementi per sostenere l’accusa: la strumentazione funzionava perfettamente. Non ci sono persone imputabili: nessuno degli indagati rivestiva una cosidetta «posizione di garanzia». Così per la morte di Isabella Bertolini, la commessa lucchese di 23 anni originaria di Montecatini che perse la vita in un’immersione del 22 luglio scorso a Capo d’Uomo al largo di Porto Ercole, la Procura ha chiesto l’archiviazione. Una decisione che non ha trovato d’accordo i genitori della giovane sub, Raffaele e Rodica, che si sono opposti. E che adesso attendono che il giudice fissi l’udienza per decidere se promuovere nuove indagini oppure se chiudere definitivamente il fascicolo. La richiesta di archiviazione dei sostituti procuratori Salvatore Ferraro e Giuseppe Coniglio parte da alcuni punti fermi. E in particolare dalla consulenza del perito dei vigili del fuoco, Giorgio Sgherri, esperto subacqueo. Il quale ha accertato che il giubbetto gav, ad assetto variabile, funzionava regolarmente quando è stato provato in acqua. Tutto regolare anche per quanto riguarda le bombole e il respiratore. Sentiti anche i testimoni di quel giorno, chi era sull’imbarcazione, i componenti del gruppo di Lucca che erano con lei e gli altri due (di Roma e Perugia) che partecipavano all’escursione a bordo dell’imbarcazione Abracadabra, quel giorno con circa trenta persone. Erano stati iscritti nel registro degli indagati Stefania Mensa, titolare del diving di Porto Ercole che aveva fornito al gruppo l’imbarcazione e parte delle attrezzature (in particolare, a Isabella aveva dato i piombi - sganciati in risalita, non sono stati ritrovati) e che era su un gommone di appoggio; il presidente del club di Lucca che aveva fornito il giubbetto, che comunque era stato fornito in comodato gratuito da un negozio specializzato di quella città; e infine il compagno di immersione, l’ultimo a essere indagato, poco prima della richiesta di archiviazione. Neanche per quest’ultimo è stata riconosciuta dalla Procura l’esistenza di una posizione di garanzia nei confronti della giovane sub. Il compagno di immersione, definito “esperto” (Isabella era stata abbinato a lui su decisione del responsabile sul luogo della gita), aveva perso di vista la ragazza per qualche tempo, per andare a recuperare una fotocamera caduta in acqua.

Il corpo di Isabella era stato ritrovato adagiato su un fondale profondo 43 metri, grosso modo sotto la perpendicolare dell’imbarcazione. Era stato un subacqueo brevettato a ritrovare il corpo senza vita, quasi un’ora e mezzo dopo che era stato dato l’allarme, quando fatto l’appello di Isabella non era stata trovata traccia. Era adagiata sulla schiena. Aveva perso le pinne e uno dei guanti. Chi aveva eseguito il recupero aveva realizzato un breve filmato: si vede che Isabella è senza respiratore. E il giubbetto non funzionava, quando era stato azionato in quel momento: era stato gonfiato a bocca. Forse uno strappo troppo forte aveva ostacolato il funzionamento, ha spiegato chi era presente. I pesi erano stati sganciati mentre il corpo di Isabella era stato fatto risalire in superficie.

Sulle cause della morte, soltanto ipotesi. O un’onda oppure un crampo non rilevabile dalla perizia autoptica. La ragazza potrebbe essere piombata nel panico e annegata.

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