Finanza
Minacce e violenza sessuale sulla convivente: dieci anni
La donna, ex vigile urbano, era stata anche costretta a dimettersi dal lavoro a causa della sua gelosia Per sfuggire da quell’incubo si era poi rifugiata in una residenza protetta con le due figlie piccole
MONTECATINI. L'incontro, l'amore, la convivenza. Un rapporto apparentemente destinato a sfidare il tempo, come tanti. Ma per lei, allora agente della polizia municipale non ancora quarantenne, quella storia d'amore si è trasformata pian piano in un inferno. Prima il divieto di telefonare agli amici, poi quello di uscire di casa. Fino all'imposizione di dimettersi dal lavoro. E poi le botte, le minacce a lei e alle sue figliolette, le calunnie, le violenze sessuali. Fino a costringerla ad abortire perché non si meritava di avere un figlio da lui. «Io sono il tuo dio, il tuo giudice e il tuo giustiziere» le diceva. Erano passati quasi tre anni prima che la donna trovasse la forza di fuggire da quell'incubo: lei si era rifugiata in una residenza protetta della polizia, per il suo compagno-aguzzino erano scattate le manette.
Era il marzo 2007 fu eseguita l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Giuseppe Vitale, 44 anni, catanese all’epoca residente a Montecatini. Ieri mattina, l’uomo è stato condannato a 10 anni e 6 mesi di reclusione dal tribunale di Pistoia per i reati di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale, minacce aggravate e calunnia. Il collegio, presieduto dal giudice Luciano Costantini, lo ha inoltre condannato al risarcimento dei danni morali patiti dalla vittima e dalle figlie di lei, rappresentate dall’avvocato Chiara Mazzeo: 100mila euro per la donna, 40mila e 10mila per le ragazze, allora entrambe minori di 14 anni.
Sentenza di non luogo a procedere per prescrizione invece per il contestato reato di minaccia relativo all’interruzione di gravidanza a cui la donna sarebbe stata costretta a sottoporsi e ad altri episodi. Assoluzione perché il fatto non sussiste dall’imputazione di estorsione.
La storia. L'inchiesta era stata condotta dalla squadra mobile della questura e coordinata dall’allora sostituto procuratore di Pistoia Ornella Galeotti. La convivenza tra i due protagonisti dell'agghiacciante vicenda aveva avuto inizio nel 2004, in un appartamento di Montecatini. Una volta presa la decisione di andare a vivere insieme, la gelosia dell'uomo aveva preso il sopravvento, facendosi sempre più opprimente, fino a sfociare nella patologia e nella violenza. La donna, dapprima sottoposta a continui interrogatori sui propri spostamenti e impegni, era stata via via costretta a interrompere ogni relazione sociale: divieto di telefonare agli amici e ai familiari, divieto di uscire di casa e, alla fine, divieto anche di andare a lavorare. Fino al punto che era stata costretta a licenziarsi. Ormai sprofondata in un baratro di sudditanza psicologica e di depressione, aveva dovuto scrivere la lettera di dimissione che, il compagno stesso, l'aveva poi accompagnata a presentare al comando dei vigili della città termale. Una vita d'inferno, accompagnata da scenate di gelosia infarcite da ripetute percosse e minacce. E a volte, con la violenza, la donna veniva costretta ad avere, nonostante tutto, rapporti sessuali umilianti.
La gelosia di Vitale era sfociata via via in comportamenti sempre più al limite dell'assurdo. Come quando aveva tappezzato la zona in cui la coppia abitava di manifesti con la foto della compagna e sotto una serie di irripetibili ingiurie riguardanti i suoi presunti peccati d'infedeltà. O come quando, sostenendo che lei lo aveva tradito con un conoscente e che doveva dargli una prova d'amore, aveva costretto la donna ad andare dalla moglie dell'uomo per confessare un rapporto che in realtà non era mai avvenuto: così che anche lo sventurato potesse provare quel dolore che lui aveva dovuto subire.
Insomma, l'inferno era andato avanti fino a quando l'ormai ex vigilessa aveva trovato in qualche modo la forza di ribellarsi, di scappare. Aveva cercato rifugio dai genitori che, alla fine, sempre più impauriti, avevano deciso di rivolgersi alla polizia.
Era stata la squadra mobile della questura di Pistoia ad assumersi il compito di indagare sulla vicenda, con la sua sezione specializzata in reati commessi in ambito familiare e sui minori, guidata dall’ispettore Severina Romano. E pian piano erano emerse tutte le conferme necessarie. Nel frattempo la donna era stata trasferita in una residenza protetta, per metterla al sicuro delle violenze dell'ex convivente.
Ma nonostante questo Vitale non si era dato per vinto. Anzi. Da una parte aveva assunto un investigatore privato per cercare di rintracciarla, dall'altra aveva iniziato una campagna calunniatoria nei suoi confronti, presentando anche una denuncia per accusarla di aver venduto, in veste di vigile urbano, falsi permessi per invalidi.
«Una condanna esemplare, al termine di un’inchiesta portata avanti divinamente fin dall’inizio, gli inquirenti sono riusciti a trovare immediatamente dei riscontri» commenta l’avvocato di parte civile Chiara Mazzeo, che sottolinea anche il fatto di come, il tribunale, con la sua sentenza abbia avvalorato anche la tesi della “violenza assistita” a cui le due figlie della vittima sono state sottoposte indirettamente essendo costrette a vivere in quel clima di continue vessazioni.
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