Finanza
Chiude l’Assassino, un’epoca finisce
Lino Morganti, di Ponte, racconta le vicende di un locale che fu covo del MIlan, ma che oggi è stato rilevato dai Moratti
PONTE BUGGIANESE. Il covo dei milanisti conquistato dall’Inter. Così titolava un quotidiano milanese per segnalare la chiusura di un ristorante mitico della Milano del Boom della Milano da Bere. Dopo quasi 50 anni di onorato servizio ad inizio febbraio ha chiuso i battenti l’Assassino.
Un tuffo al cuore per tanti milanesi, ma anche per la Valdinievole, cuore di quella Toscana che fin dagli anni Trenta aveva visto tanto suoi figli salire a Milano (e Torino) per aprire osterie e fiaschetterie.
L’Assassino era stato fondato nel 1952 da Ottavio Gori (morto nel 1994) e poi portato avanti dal nipote Lamberto, fucecchiese doc, e da Lino Morganti, 78 anni, di Ponte Buggianese.
«In realtà io e Lamberto avevamo lasciato nel 2009 – racconta con nostalgia ma anche verve Morganti nella sua bella casa milanese - il locale era stato acquistato dal fratello di Ligresti che ora lo ha ceduto al Bolognese».
Per chi fosse a digiuno della geografia gastro-politica della Capitale, il Bolognese è quel locale di piazza del Popolo dove vanno i vip. Tanto il successo che ora hanno aperto questa nuoiva sede a Milano, responsabile la società Moto, dove la To sta per Tomaselli, il patron del ristorante di Roma. Ma la Mo sta per Angelo Moratti, figlio di Gianmarco e nipote di Massimo, patron dell’Inter. Per questo il titolo del Corriere che Lino conferma.
«Eravamo il covo dei milanisti, è vero. Da noi veniva tutti i giorni Nereo Rocco, ma anche Cesare Maldini. Una sera a cena c’erano Rocco con Gipo Viani e Niccolò Carosio, il mitico telecronista. Era talmente tardi e loro erano lì a parlare, bere e giocare a carte che li dissi: voi restate pure, ma io vado a letto. Quando tornai ad aprire, eran lo ancora lì...».
E pensare che uno dei primi calciatori a frequentare l’Assassino («Il nome lo scelse Gori, voleva un’insegna che stupisse...») fu Giorgio Barsanti.
Veniva da Viareggio, vinse uno scudetto e una Coppa Italia con l’Ambrosiana, poi andò a giocare nella Sampdoria.
La sua famiglia fece fortuna in Venezuela, ma lui restò sempre in Italia. Fra le proprietà di famiglia c’era il bagno Lidino a Viareggio, dove aveva l’ombrellone il vecchio Angelo Moratti.
Giorgio Barsanti –è cronaca – al terzo gol di Pablito al Brasile ai Mondiali 1982 cadde dalla spalliera delle cabine e si fratturò entrambe le gambe.
Altri tempi, ma il calcio era nel sangue dei Gori. Molti ricorderanno Bobo Gori, nipote di Ottavio. Fu centravanti dell’Inter e poi del Cagliari, dove fece da spalla a Gigi Riva portando il primo ed unico scudetto in Sardegna.
«Ma guardi, lei può fare qualsiasi nome – si esalta Morganti – che tutti si sono seduti ai nostri tavoli. Anche Cristian Barnard, il primo chirurgo ad eseguire un trapianto di cuore».
Fra i suoi ospiti illustri molti ricordano Indro Montanelli, del resto era fuceccchiese come i Gori... «I giornalisti erano fra i clienti preferiti, ma Montanelli era unico. Magari si sedeva corrucciato, poi la gente cominciava a salutarlo e fargli domande e allora lui si illuminava, rispondeva a tutti. Amava essere riconosciuto ma poi si sottoponeva volentieri ai capricci, diciamo così, della gente».
Ma non era, almeno da dicerie e anche dal fisico, un grande mangiatore. «Era goloso e non solo di cose toscane. Perchè noi siamo partiti con i piatti toscani ma poi portavamo in tavola di tutto: dal pesce ai tartufi».
Morganti viene da Ponte Buggianese; perché questa sua “fuga di successo” a Milano? «Perchè finita la guerra qui non c’era niente da fare, non c’era nulla. Non si può capire la miseria, eppure mio padre non era nemmeno mezzadro, ma commerciante».
E dopo oltre mezzo secolo di lavoro perché si abbassa un’insegna così gloriosa? «Perché si è arrivati ad una certa età e c’è stanchezza. Perché il mondo cambia e con lui la ristorazione. E allora si deve dire basta. Poi certo dispiace che l’Assassino non esista più».
Ma con l’insegna che si trasforma in Bolognese, non pensa che sia tramontata anche una certa idea di trattoria toscana che aveva sfamato migliaia di milanese con una cucina semplice, fatta di ingredienti genuini, ma alla fine lieve nello stomaco ma anche nel conto?
«Non lo so. Ripeto anche noi da anni non eravamo più la classica trattoria toscana aperta negli Anni Cinquanta con l’olio nuovo e i fagioli di Sorana. Qualche nome importante è rimasto, dalle Colline Pistoiese alla Bice, dalla Torre di Pisa a Giannino, oggi diventato il nuovo rifugio del Milan, con tanto di saletta riservata dove mangiano Berlusconi e Galliani. Non lo so, le ripeto. Piacerebbe anche dirlo che con noi finisce un’epoca. Ma forse era già finita dagli anni Ottanta questa tipologia di trattoria familiare».
Quando la Bice apre a New York e quando all’Assassino vanno a cena i vip dell’epoca a partire da Bettino Craxi. Quando esplode la Milano da bere con modelle, stilisti, la tv commerciale e il mondo del design.
Quel mondo che ancora alberga a Milano e che il Bolognese vuole conquistare, come ha già fatto con il capostipite di piazza del Popolo.
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