Il dolore
Al posto delle serre aziende e capannoni Il Comitato dice no
Rischio idraulico, inquinamento e danni al florovivaismo Cresce la mobilitazione contro il business park
PESCIA. Prendete 175 campi di calcio come San Siro, metteteli uno accanto all’altro, ed ecco le dimensioni della futura area industriale di Pescia. Certo, il nome utilizzato è in realtà diverso, un anglofono “business park” (traducibile come “parco degli affari”), che magari può richiamare alla mente i verdi parchi londinesi. Ma passando dall’immaginazione alla realtà sempre di area industriale si tratta.
Una superficie, è stato sottolineato, di un milione e 250mila metri quadri, di cui 125mila al coperto, destinata a svilupparsi a sud di Pescia, dall’attuale area produttiva di Macchie San Piero fino a Case Fantozzi, delimitata a Ovest dal Pescia di Collodi e che a Est arriva alla via Romana e anche oltre, fino al fiume Pescia Maggiore. Un’ipotesi contenuta nel piano strutturale, e che fa paura ai residenti, che hanno dato vita al Comitato per i cittadini della Valle del Pescia. Un Comitato che venerdì sera si è ritrovato al Comicent, per fare il punto della situazione, dopo la raccolta di firme, l’osservazione (respinta) al piano strutturale e il ricorso al Tar contro lo stesso provvedimento.
Alberto Romoli, per il Comitato, ha sottolineato la ricaduta sulle attività economiche (la zona industriale ricadrebbe su un’area a forte concentrazione florovivaistica, con circa 150 imprese), il prevedibile peggioramento della qualità della vita per i residenti e, tema di grande attualità visto quanto accaduto anche vicino a noi, il grave rischio idrogeologico. Il business park infatti andrebbe a ricadere in mezzo ai due rami del Pescia, in una zona ad alto rischio alluvionale. «In una zona in gran parte dall’indice di pericolosità molto elevato», come ha sottolineato, sempre per il Comitato, Alessandro Benedetti, ricordando anche le recenti leggi regionali che impediscono l’edificabilità di aree del genere.
Significative poi alcune diapositive della zona, più a Nord Ovest, dove già esistono dei capannoni industriali (molti dei quali peraltro inutilizzati), con i livelli dei terreni innalzati a discapito delle abitazioni e delle coltivazioni. «Non si può giocare con le tasche e con la pelle di chi ci abita», ha concluso Benedetti.
Concetto di «pelle e tasche» che è stato chiarito ulteriormente, sempre per il Comitato, da Gianfranco Grossi. Tra le attività che avrebbero manifestato interesse a trasferirsi nell’area ci sarebbero una cartiera (e questo potrebbe voler dire anche un depuratore e prelievi d’acqua con il rischio di fenomeni di bradisismo), e anche un impianto per la produzione di energia elettrica a biomasse. Attività che, si sostiene, non sono destinate a portare così tanta nuova occupazione (trattandosi essenzialmente di trasferimenti di aziende già esistenti), a discapito di imprese già esistenti, quali quelle vivaistiche, e anche con una svalutazione drastica dei beni immobiliari presenti.
E proprio sul tema occupazione si è basata la difficoltosa replica del vicesindaco Oliviero Franceschi. «Ci immedesimiamo in voi – ha detto – abbiamo voglia di tutelare la nostra terra, ma anche di svilupparla, di non vederla morire di disoccupazione». Dal vicesindaco poi la rassicurazione di voler aprire un confronto con i residenti e il Comitato («Se l’aveste fatto – ha replicato Romoli – non ci sarebbe stato bisogno di ricorrere al Tar»). E che prima di ogni ulteriore decisione deve essere fatto il regolamento urbanistico («Nella cui stesura il Comitato avrà un ruolo importante»).
Dalla platea è però arrivato un invito a stare attenti, perché l’attesa del regolamento può essere facilmente aggirata da una cosiddetta “variante anticipatoria”.
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