Sicurezza
Prigionieri degli italiani: la storia della Rabska Brigada
Lo sloveno Anton Vratusa ha 97 anni, un aspetto curato, una classe di altri tempi, ma dentro di sé conserva la terribile esperienza di essere stato internato e spostato da un campo di...
MONTECATINI. Lo sloveno Anton Vratusa ha 97 anni, un aspetto curato, una classe di altri tempi, ma dentro di sé conserva la terribile esperienza di essere stato internato e spostato da un campo di concentramento all'altro, la consapevolezza di aver lottato e di esser stato un protagonista della lotta partigiana contro il fascismo. Nella sala dell'hotel Tuscany Inn ha incantato l'uditorio con il suo racconto, durante l'incontro organizzato dall'Anpi di Montecatini. Una storia poco nota e soprattutto tenuta nascosta.
La sua testimonianza è stata raccolta nella pubblicazione “Dalle catene alla libertà: la Rabska Brigada”, una brigata nata in un campo di concentramento fascista per slavi sull' isola di Arbe. Mentre nella prigione si stava consumando la tragedia di migliaia di morti per fame, gli internati sloveni, croati ed ebrei stavano organizzando clandestinamente la Resistenza, e dopo l' 8 settembre 1943 nacque la Rabska Brigada. «Io ho avuto la fortuna di scrivere la prefazione al libro – ha dichiarato il ricercatore Isrp Stefano Bartolini – rimasi sorpreso dal materiale che avevo in mano. Gli scritti descrivevano con gli occhi di un prigioniero cos'era un lager italiano. Anton è riuscito con i suoi compagni a disarmare i nostri soldati e a liberarsi».
«La popolazione slovena si è opposta soprattutto con l'educazione patriottica – ha spiegato Vratusa – con le canzoni e le tradizioni. Arbe era il campo di concentramento “più sterminante”. Il comandante non aveva camere a gas, ma aveva a disposizione il fango, la sete e la bora. Io stesso sono stato legato ad un palo senza bere e mangiare per un intero giorno. L’8 settembre con 1.560 volontari ci siamo liberati e dopo ho continuato a combattere in contatto con il fronte partigiano».
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