Il Tirreno

Montecatini

Lascialfari pagherà maxi-risarcimento

di Pietro Barghigiani

Condannato dalla Corte dei conti a versare 416mila euro al Comune per danno erariale e di immagine. Pignorati i beni

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PESCIA. L’ufficio urbanistica come uno studio privato. Una gestione improntata al proprio tornaconto personale utilizzando il ruolo di dirigente dell’amministrazione che avrebbe dovuto rappresentare per far rispettare leggi e regolamenti e che, invece, con la sua condotta ha danneggiato.

C’è questo e anche il danno di immagine nella condanna di risarcimento di 416mila euro che la Corte dei conti ha inflitto a Giuseppe Lascialfari, 65 anni, geometra, ex dirigente dell’ufficio urbanistica. L’ex funzionario, licenziato il 25 marzo 2008, dovrà risarcire il Comune di Pescia. I giudici contabili hanno disposto il pignoramento dei beni del geometra, della moglie e dei 234mila euro depositati al Tribunale di Pistoia.

Esaurito il fronte penale con una condanna stabilita dalla Cassazione in 4 anni 5 mesi e 15 giorni, Lascialfari si era visto chiedere dalla Procura della Corte dei conti 1,2 milioni di euro per disservizi, danni organizzativo-gestionali, mancati introiti di oneri di urbanizzazione, concessioni e sanzioni e danni di immagine della pubblica amministrazione.

Nella sentenza i giudici arrivano al totale di 416mila euro indicando nell’ordine: 85mila euro il danno da disservizio; 22mila i danni organizzativo-gestionali; 209mila i danni da mancato incasso di costi e oneri di urbanizzazione; 100mila per danno all'immagine.

Al di là delle assoluzioni per prescrizione riferite ad alcuni capi di imputazione, la Corte dei conti affronta il caso e sanziona Lascialfari calandolo in un contesto dove gli affari privati si mescolano a quelli pubblici. E, anzi, il ruolo di pubblico ufficiale viene piegato ai propri interessi o a quelli dei privati a cui si danno le soffiate giuste per sistemare pratiche edilizie altrimenti cassate, si avvertono degli imminenti controlli dei vigili urbani oppure non si chiedono soldi secondo quanto, invece, previsto dalla legge. Somme che il Comune avrebbe dovuto incassare come costi di costruzione e oneri di urbanizzazione e che, al contrario, l’ex dirigente, attivo anche nelle mediazione immobiliare, non faceva pagare ai suoi amici, dai professionisti ai titolari delle licenze edilizie.

Si legge nella sentenza: «Il Lascialfari aveva gestito privatamente le pratiche edilizie nel perseguimento di fini propri, incompatibili con quelli della pubblica amministrazione; le notizie apprese per ragioni di ufficio venivano rivelate e utilizzate per scopi personali a vantaggio patrimoniale di terzi. Inoltre l'operato del funzionario era stato diretto a fuorviare altri organi (commissione edilizia comunale) nello svolgimento delle loro funzioni; il protocollo e la relativa gestione era modificato a suo piacimento con la complicità di professionisti interessati».

Per la Corte dei conti Lascialfari ha praticato «il mercimonio dell’ufficio pubblico, con conseguente convincimento, da parte di una numerosa platea di cittadini, che vi era la disponibilità di concessioni e permessi di costruire, bastando l'amicizia con il convenuto per modificare a proprio piacimento i dati senza osservare leggi e regolamenti». Un “verminaio” sollevato dalla magistratura nel settembre 2002 dopo la denuncia di alcuni cittadini per le dieci villette bifamiliari a schiera in via XXVII Aprile realizzate in una zona vincolata. Per i giudici contabili l’arresto di Lascialfari interruppe un sistema di favori e bustarelle che andava avanti da almeno vent’anni.

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