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di Luigi Spinosi

PESCIA. Viaggiare tra le corsie di un ospedale non è, per forza di cose, una bella esperienza. Se lo facciamo è per questioni non piacevoli, che riguardano la salute nostra o dei nostri cari. Il...

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PESCIA. Viaggiare tra le corsie di un ospedale non è, per forza di cose, una bella esperienza. Se lo facciamo è per questioni non piacevoli, che riguardano la salute nostra o dei nostri cari. Il pensiero va altrove, e non è possibile riuscire a capire i meccanismi che regolano il funzionamento di una struttura, figuriamoci apprezzarli quando e se lo meritano.

Parte da qui un viaggio all’interno del Cosma e Damiano, l’ospedale di Pescia o, come è più giusto definirlo della Valdinievole. Una struttura che, vista dall’esterno, può apparire come un moloch granitico, quando invece, nella realtà, è più simile a un organismo in continua evoluzione, così come la scienza medica del resto.

Il viaggio attraverso l’ospedale parte dal reparto più “classico”, la medicina, e con l’incontro con il direttore dell’unità operativa di recupero e rieducazione funzionale aziendale, il dottor Franco Giuntoli. Una scelta non casuale, dal momento che il concetto di “recupero” solitamente viene associato ad altre attività ospedaliere (vedi l’ortopedia) più che alle patologie che portano al ricovero in medicina. In realtà l’immagine diffusa di medicina come di una sorta di luogo di “smistamento” dei pazienti dove la guarigione la si attende, più che cercarla, probabilmente non è mai esistita e di certo non raffigura la realtà attuale.

«Il nuovo sistema di ricovero per intensità di cura – spiega il dottor Giuntoli – prevede la presa in carico del paziente secondo uno schema organizzativo che potrà fornirgli la massima cura possibile». In sostanza i livelli assistenziali sono calibrati sulle necessità del malato.

«All’arrivo – prosegue Giuntoli – esistono due “setting” all’interno del quale collocare il paziente. C’è il livello medio alto per i casi più gravi, quelli con un’instabilità clinica e che presentano maggiori e particolari fabbisogni assistenziali, c’è poi l’altro livello, quello dei pazienti che, pur necessitando di ricovero, non presentano particolari necessità assistenziali».

Fin qui lo schema è chiaro, con una divisione tra casi più o meno gravi. Ma la medicina è una scienza variegata, e non conta solo la gravità della malattia, ma anche, e soprattutto, il tipo di malattia. Ed era questo aspetto che, alla vigilia dell’introduzione del sistema per intensità di cure, destava più preoccupazioni.

Per fare un esempio: come si può mettere nella stessa categoria un paziente con un problema di tipo nefrologico con uno di tipo oncologico? In realtà, a detta dei sanitari, il nuovo sistema non solo ha superato questo problema, ma ha trasformato quello che poteva sembrare un limite in un vantaggio. Il malato, infatti, viene ora assistito da un team medico, dove il ruolo preminente (il tutor) viene svolto dallo specialista della malattia per cui il paziente si trova ricoverato. Ma molto spesso, soprattutto oggi con l’invecchiamento della popolazione, le patologie del malato sono multiple. Magari una è preminente, ma anche le altre devono (e in questo modo possono) essere seguite adeguatamente.

(1, continua)

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