Il Tirreno

Montecatini

Strappa applausi al teatro Montand lo scrittore Elio

di Luca Signorini

Cerimonia per il cantante delle “Storie tese” vincitore del premio Giusti nella categoria satira

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MONSUMMANO

Più che un comico è un tipo mattacchione. Sonnacchioso e mattacchione. Surreale nella realtà e “finzionale” nel tempo presente. Veste scalcinato: jeans scoloriti e maglione blu. Incede lento, quasi goffo, a passi pericolanti. Fulmina, però, se apre bocca,

«Io sono un genio. E sono anche un po’ un semidio: mia madre è un essere umano, mio padre è un dio pagano della Roma antica. Sono un semidio»: Stefano Belisari, in arte Elio, spiazza. Già a partire dal nome, dal suo alias di spettacolo. Del resto ci gioca, lui, con i nomi.

Nella musica è Elio di “Elio e le storie tese”, nella scrittura è Paul Fellel, un improbabile poeta che in “Animali spiaccicati” racconta la tragedia del mondo moderno a un essere immaginario e inconsapevole, venuto da un pianeta lontano. «Il travestimento onomastico è un gioco, è un confondere. Neppure io so come mi chiamo. E nessuno ormai mi chiama con il mio vero nome», dice Stefano, alias Elio, alias Paul.

È sul palco del teatro Montand a ritirare il premio Giusti, sezione satira, per «l’originalità, complessità e ricchezza della sua pratica artistica, di un umorismo surreale che descrive il mondo». Un teatro che ieri sembrava più affollato del solito, visto il grande richiamo del protagonista della giornata.

L’Accademia della Crusca nella sua ultima produzione cita la band di Elio tra coloro che «hanno fatto la lingua italiana». «Capisco – è il commento dell’artista – capisco la situazione in cui versa la nostra cultura». Ed è proprio la lingua, le parole e le frasi, a sortire in lui e nei suoi sodali un sentimento vero, tra l’amore e la riprovazione.

«Noi vogliamo raccontare ciò che accade in Italia – ha detto Elio – e ogni fatto ha già una sua quantità comica molto alta, e tentiamo di metterlo in musica con un italiano corretto. Vogliamo rinnovare il suono e utilizzare la lingua in un modo nuovo. E nella lingua ci sono anche le parolacce, a cui mi sono affezionato: l’arte delle parolacce. Amo così tanto la nostra lingua che se dovessi scrivere l’Inno d’Italia lo farei tutto sgrammaticato, in suo onore. Perché in fondo noi siamo bravi a prendere in giro, pure la lingua».

Legge alla platea alcuni suoi scritti: “Leprotto”,

“Chihuahua” e “Il pettirosso rosso” da “Animali Spiaccicati” e “Maggio” e “Giugno” da “Fiabe centri metropolitane”. Le immagini che usa sono crude e funeste, cattive e ignobili. Chiude, sempre, con dei turpiloqui. Che, inevitabilmente, fanno ridere.

«Noi siamo una specie di psicofarmaco che non dà assuefazione – spiega Elio – cioè che non dà le controindicazioni di uno psicofarmaco. Scriviamo canzoni diciamo diverse: non solo strofa e ritornello, ma anche strofa, strofa e ritornello. Così, per provare».

Non cerca di far ridere a tutti i costi. Non vuole l’applauso forzato. Va preso com’è, solo perché è Elio: polistrumentista (è diplomato al conservatorio), autore, commentatore, atleta (di baseball), ingegnere scrittore, giudice (a X Factor) doppiatore, cabarettista in musica.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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