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Moda: è il mercato estero a salvare la Valdinievole

Concordi gli espositori locali che hanno partecipato alla rassegna Pitti Uomo «In Italia manca la capacità di spesa, mentre l’export continua a crescere»

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di Andreas Quirici

MONSUMMANO

Anche la Valdinievole non è voluta mancare all’importante appuntamento di Pitti Uomo, la vetrina internazionale della moda maschile che si è chiusa venerdì a Firenze. È stata anche l’occasione per fare il punto sulla situazione del settore: prospettive, bisogni, strategie delle aziende che operano in questo settore, strategico per l’economia nazionale come per quella locale.

Dalle parole imprenditori emerge un quadro variegato, tra chi sceglie per esempio di produrre all’estero e chi, invece, punta molto proprio sulla filiera nazionale e regionale. Per quanto riguarda le prospettive i segnali sono tutto sommato positivi, soprattutto per chi ha la possibilità di guardare ai mercati esteri, e proprio in questo senso arriva un appello alle istituzioni.

Hey Dude & Wewood. Sono due aziende con sede a Lamporecchio e che fanno capo allo stesso proprietario, Alessandro Rosano. Hey Dude è un marchio di scarpe leggerissime e morbidissime, in gomma e stoffa. Una specie di pantofola camuffata da scarpa. Vende al 90% all'estero, specie in Asia dove ha 150 negozi monomarca, e nel 2011 ne ha realizzate 600mila paia. Wewood è invece un marchio di orologi in legno che stanno avendo una grande richiesta, che supera di gran lunga la capacità produttiva. A Wewood è legata una campagna con American Forest: per ogni orologio venduto, viene piantato un albero negli Stati Uniti. Il problema è che sia le scarpe che gli orologi vengono prodotti in Cina. Rosano è un imprenditore che aveva una fabbrica a Signa, dove produceva zoccoli con la molla. poi l’ha spostata in Romani e ora è in Cina. Per lui «in Italia non è più possibile produrre e anche la Cina non è più a buon mercato».

Gi’ n’ gi. È un’azienda con sede a Monsummano, guidata da due sorelle che hanno ereditato dal nonno (proprietario della cappelleria Sarti a Montecatini) la passione per i cappelli. Disegnano articoli retrò, ma con tessuti particolari che si fanno arrivare da Inghilterra e Francia. La fabbrica ha 25 dipendenti. Lavorano per conto terzi e commercializzano anche il loro marchio tramite show room in alcune città italiane, con venditeall'estero in paesi come Giappone, Cina, Germania e Francia. Al 50% esportano, ed è grazie alle vendite all’estero che l’azienda sta andando bene, visto che in Italia manca capacità di spesa per i consumatori. Per loro, però, produrre in Italia, viene considerato fondamentale.

Boldrini. Azienda di Chiesina Uzzanese, realizza borse e accessori da uomo, da donna e da viaggio. Tutto lavorato in Toscana, con articoli in pelle naturale e dalle linee classiche. Esportano l'80% della produzione in Usa, Giappone, Russia e Cina e anche per loro le vendite all’estero sono fondamentali, proprio perché, in Italia, ormai non si compra più nulla. Nel 2011 hanno assunto 4 persone e anche per loro sarebbe impossibile produrre all’estero quel che fanno in Toscana.

Rolando Sturlini. È un calzaturificio di Monsummano che realizza tutto in zona, con 50 dipendenti diretti. La crescita negli ultimi anni è stata mediamente tra il 10 e il 15%, in gran parte frutto dell’export che ha una quota sul fatturato del 70%, con vendite in Australia, Gran Bretagna , Francia, Usa, Hong Kong e Giappone. A Pitti poi hanno fatto, per la prima volta, un piccolo ordine per la Cina. A loro servirebbe supporto più rilevante da parte delle istituzioni per poter prendere parte alle fiere. Allo stato attuale, viene infatti spiegato, ogni partecipazione deve essere valutata attentamente, perché si tratta di iniziative che costano molto. Più fiere estere vorrebbe dire più lavoro e, magari, anche nuove assunzioni di personale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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