Il Tirreno

Montecatini

«Soldi sì ma senza obbligo»

L’aula delle udienze penali del Tribunale di Monsummano
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L’aula delle udienze penali del Tribunale di Monsummano

Circonvenzione di incapace, parla Medori

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 MONTECATINI. «Ci ha donato tanti soldi, ci ha aiutato nella stutturazione della nostra casa, ci ha fatto vari regali, tra cui delle auto, ma era il suo unico modo di dimostrare quanto fosse riconoscente per noi, e anche perché comunque il suo desiderio era quello di vivere con noi, di finire di invecchiare a casa nostra in compagnia delle uniche persone che da quando sua moglie era morta lo avevano considerato».  Sotto processo per circonvenzione di incapace, Annibale Medori, pensionato di Ponte, racconta la sua verità sul rapporto con il 91enne, di Montecatini, ospite di una residenza sanitaria della Valdinievole. Secondo la Procura e un nipote dell'anziano autore della denuncia, Medori, difeso dall'avvocato Alessandro Giuliani, avrebbe approfittato del precario stato di salute mentale dell'ex imprenditore per spillargli un fiume di denaro. L'accusa stima il drenaggio in circa 500mila euro, ma le cifre potrebbero essere superiori.  Con la figlia Simonetta al suo fianco l'imputato Medori spiega: «Lui non aveva alcun tipo di problema a dividere i suoi averi con noi, ma lo faceva sempre con lucidità. Noi ne godevamo naturalmente e in questo non ci vedo niente di male o di strano. Di sicuro non c'era circonvenzione su una persona che, lo sapevano tutti, era conosciuta come scaltra e decisa».  Medori, in passato titolare di un'attività di rettifiche auto sulla Camporcioni, conosceva per lavoro l'anziano a sua volta proprietario di un'officina. Nei primi anni Novanta le traversie personali di Medori portano il 91enne ad avvicinarsi ancora di più alla famiglia dell'imputato. Assolto in primo grado e poi condannato per omicidio a 15 anni in appello, con sentenza confermata in Cassazione, Medori, che si è sempre proclamato innocente, nell'estate 1993 entra in carcere. È un tracollo per la famiglia, anche economico.  «Lui ha sempre creduto nella mia innocenza - spiega Medori -. Quando sono entrato in carcere il capannone e la casa sono finiti all'asta».  Aggiunge la figlia Simonetta: «Vivevamo in un profondo disagio finanziario e l'amico di papà ci ha aiutati per tutto il tempo della detenzione. E anche quando mio padre è tornato in libertà ci è stato vicino senza che gli chiedessimo alcunché».  A sostegno della tesi difensiva sfileranno in Tribunale un notaio, un avvocato e altri professionisti che seguivano gli affari della parte offesa. «Sapeva gestire i suoi beni - riprende Medori -. Stava sempre con me perché con i suoi parenti non voleva avere rapporti. E quando la malattia si è aggravato sono stato io ad andare all'Asl per chiedere una badante. Non aveva un carattere facile e gli unici con cui voleva stare eravamo io e la mia famiglia. Mia moglie ha fatto le notti all'ospedale quando nel 2005 fu operato all'intestino. Non c'erano i suoi parenti. È vero, ci ha dato tanti soldi. Ma non lo abbiamo mai costretto. Era il suo modo di ringraziarci per accudirlo». P.B.

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