Il Tirreno

Montecatini

Ultimo saluto a Omarò Buralli

La salma di Omarò Buralli all’arrivo a Castellare
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La salma di Omarò Buralli all’arrivo a Castellare

Fusco: «Con lui se n'è andato un vero signore»

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PESCIA. In tanti ieri pomeriggio si sono ritrovati nella chiesa di Castellare per l'ultino saluto a Omarò Buralli, lo storico corrispondente del nostro giornale deceduto mercoledì notte, a 77 anni, per le conseguenze di un malore che lo aveva colpito il giorno di Pasqua. Commoventi le testimonianze di affetto nei confronti della moglie Eliana e delle figlie Silvia e Nadia. Omarò, oltre che per la sua attività di giornalista, era molto conosciuto anche negli ambienti dei floricoltori (a lungo dipendente dei vivai Sonnoli) e dello sport. Di seguito pubblichiamo il toccante ricordo che abbiamo ricevuto dal vice questore Antonio Fusco. Per cinque anni, dal 2003 al 2008, ho diretto il Commissariato di Pubblica Sicurezza di Pescia. Durante quel periodo ho avuto modo di conoscere Omarò Buralli, corrispondente del "Tirreno" in quella città. Passava a farmi visita tutte le mattine, intorno alle 10,30, per vedere se c'era qualche notizia sulla quale scrivere qualcosa da inviare alla redazione di Montecatini.  La "fermata", come la definiva Lui, al mio ufficio era l'ultima del giro mattutino prima di rientrare verso la sua abitazione. Dove, come spesso mi confidava scherzosamente, non aveva fretta di tornare per non essere di ingobro alla moglie impegnata a riassettare casa. Quando veniva da me era già stato dai Carabinieri e dalla Polizia municipale, era passato in piazza e in ospedale, il più delle volte senza aver raccolto nulla di buono. Pescia, si sa, per fortuna di chi ci abita, è una cittadina dove non accadono spesso fatti di cronaca rilevanti. Io lo accoglievo con vero piacere, anzi, pur se impegnato, facevo di tutto per liberarmi per non perdere l'incontro. Lo facevo per due motivi, entrambi incoffessabili a Lui direttamente all'epoca. Uno, che tenevo nascosto per ragioni, diciamo così, di "furbizia professionale", era che essendo io l'ultimo ero nella condizione di apprendere da Lui più notizie di quante spesso potevo dargli.  L'altro, quello sicuramente più importante e non dichiarabile per ragioni di "pudore" tra uomini, era che passare qualche minuto con Lui mi metteva di buon umore: la sua solarità, il sorriso sempre disegnato sul suo volto, quella naturale predisposizione a cogliere sempre il lato positivo delle cose e a cercare sempre l'aneddoto per sdrammatizzare qualsiasi fatto, mi riconciliava in qualche modo con il mondo e mi predisponeva ad una serena giornata. Quando lo ascoltavo, spesso mi ritornava alla mente una frase di Totò: "Signori si nasce e, modestamente, io lo nacqui".  Ecco, Omarò Buralli aveva questo dono: era nato Signore. Aveva una naturale eleganza e gentilezza, un garbo nel modo di porsi, un innato senso della misura che non si può insegnare a scuola o non può accompagnarsi automaticamente a status sociali o a ricchezze materiali, ma solo chi è nato Signore può vantare. Se qualche mattina non lo vedevo arrivare mi preoccupavo e se passava qualche giorno gli telefonavo invitandolo a venire con la scusa di qualche resoconto da pubblicare. Quando andai via la sua conoscenza fu una delle cose positive che portai con me a bilancio di quell'esperienza professionale e umana.  Oggi con dolore ho appreso che non è più tra noi. C'è un Signore in meno su questa terra e di questi tempi non è cosa da poco, visto che ne nascono sempre di meno.

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