Il Tirreno

Montecatini

Negli atti della Procura contro il professor Lotti anche l’accusa di peculato

«Niente ricevute ai pazienti e non dava i soldi alla clinica»

Pietro Barghigiani
L’ex studio del professor Torello Lotti in via Simoncini
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L’ex studio del professor Torello Lotti in via Simoncini

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 MONTECATINI. Fissata per il 4 ottobre l'udienza preliminare davanti al gip di Firenze Giacomo Rocchi dell'inchiesta "Affare fatto" nella quale sono indagati 27 tra medici, manager e segretarie.  L'accusa è di aver costituito e alimentato un sistema di tangenti per favorire la prescrizione dei farmaci meglio sponsorizzati dalle case farmaceutiche.  Secondo la Procura al vertice della presunta associazione a delinquere ci sarebbe il professor Torello Lotti, 57 anni, originario di Pieve a Nievole, residente a Firenze, per anni con studio in via Simoncini.  Il dermatologo è accusato anche di corruzione, falso, truffa allo Stato e peculato.  Gli viene contestato l'incasso di mazzette per 1,7 milioni di euro allo scopo di favorire la prescrizione di farmaci segnalati dai privati nel programma Psocare nell'ambito della cura della psoriasi.  Tra gli episodi per i quali il pm Sandro Cutrignelli chiede di processare il professore c'è anche quello del peculato in concorso con una sua segretaria Wilma Romani, 61 anni, di Montecatini, addetta a ricevere i pazienti.  L'accademico in qualità di direttore della clinica dermatologia II dell'Azienda Sanitaria Firenze, autorizzato all'attività libero professionale "intramoenia" all'interno della clinica Santa Chiara, avrebbe preso soldi al nero dai pazienti senza girare la quota spettante all'azienda.  Nella richiesta di rinvio a giudizio viene ricordata la giornata del 28 settembre 2010 durante la quale su dodici prestazioni effettuate per un incasso di 3mila euro, il dermatologo emise solo sei ricevute per un totale di euro 1640,86.  Vengono poi elencate altre visite a pazienti negli anni passati che, per la Procura, sarebbero state taciute a livello finanziario all'azienda sanitaria «con il contributo determinante della Romani la quale indicava espressamente ai pazienti che il prezzo da pagare a titolo di onorario era diverso e più basso ove non fosse stata richiesta, e rilasciata, la ricevuta» scrive il pubblico ministero a sostegno della richiesta di rinvio a giudizio.  

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