Trasporti
Eccidio, ora serve chiarezza
Luca Signorini
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Un momento dellincontro organizzato laltra sera con gli avvocati I legali degli eredi delle vittime illustrano il testo della sentenza
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MONSUMMANO. Il ricordo di una strage che ha fatto 184 vittime innocenti. Un ricordo ancora vivo, intenso, mai sopito. Quel 23 agosto 1944, contadini inermi subirono l'onta della ferocia nazista. E i figli, insieme a tutti i parenti, ebbero la vita segnata da un lutto che è lutto di una comunità intera. Il 25 maggio scorso è arrivata la sentenza di primo grado sull'Eccidio del Padule di Fucecchio: i tre imputati, Ernst Pintor (91 anni), Fritz Jauss (94) e Robert Riss (88), hanno subito la condanna all'ergastolo per "concorso in violenza con omicidio contro privati nemici, pluriaggravata e continuata". Di mezzo ci sono motivi abietti, premeditazione, sevizie e crudeltà. E poi il risarcimento danni: il tribunale militare ha presentato il conto, solo di provvisionale, ai tre condannati e alla Germania di 13,5 milioni di euro a favore delle parti civili. Lunedì a Monsummano (comune che si è costituito parte civile nel processo), i legali di parte hanno illustrato la sentenza all'associazione Parenti delle vittime dell'Eccidio del Padule di Fucecchio (istituita due anni fa) e agli eredi non soci dell'associazione. Nel futuro si prospetta una probabile impugnazione della sentenza da parte dei condannati al Tribunale Internazionale dell'Aja, giudice ultimo per dirimere simili controversie "storiche". Senza passare, quindi, dagli altri gradi di giudizio (Appello e Cassazione) della giustizia ordinaria. Ed è qui che la spinta emotiva dei parenti deve farsi ancora più forte. Perché se è improbabile la riscossione totale del risarcimento danni fissato dal tribunale, è auspicabile invece un risarcimento "simbolico", morale, che smuova le coscienze. «Nessuno di voi ha mai puntato sui soldi - ha detto l'avvocato Massimo Brancoli ai parenti delle vittime (una cinquantina) - ma su una "giusta giustizia". Dobbiamo cercare tutti insieme di far sentire questa storia come un loro "peso sulla coscienza". Dovranno dormire male la notte. Insieme dobbiamo sforzarci di proporre una misura di danno da fargli scontare». Certo, il caso non è chiuso. Già la Germania ha contestato la decisione del tribunale militare, i tre nazisti (come riportano le cronache) vivono tranquilli nelle loro case in Germania lontani anni luce dalle aule giudiziarie e dal quel 23 agosto 1944. Ma i parenti delle vittime non ci stanno. Vogliono incalzarli, continuare nella loro battaglia, vogliono "vincere". «Io temo che esista ancora una certa "attenzione" per questi signori - ha affermato il legale Claudio Del Rosso - non escludo il fatto che si vada a fare l'esecuzione del risarcimento senza trovare niente. Per questo stiamo studiando un metodo per prenderli dalla Germania quei soldi, quei 13,5 milioni». Ed è ancora forte la memoria di un fatto di sangue che ha lasciato, dopo 67 anni, una scia lunga, difficilmente cancellabile. «Noi continueremo ad impegnarci nei vari gradi di giudizio - ha spiegato il sindaco Rinaldo Vanni - dovremo ricostituirci parte civile in quello che è un giudizio sulla storia e non sulle persone. Vogliamo tenere viva la memoria, rimarcare ciò che ha patito la nostra collettività, una ferita non rimarginata».
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