Proteste
Il giudice ha stabilito che all’ex amministratore delle Terme spettano 600mila euro
«Qualcuno deve pagare»
Giovanna La Porta
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Un seduta del consiglio comunale dell’epoca a cui risale il caso FortunatiDimissioni di Fortunati: giunta a caccia di colpevoli
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MONTECATINI. La possibilità di rivalersi su quanti possono aver contribuito a spingere Nicola Fortunati, amministratore delegato e direttore generale delle Terme, a rassegnare le dimissioni per giusta causa, destabilizzando l'economia societaria. Il punto è stato inserito all'ordine del giorno della giunta comunale su richiesta della componente del Pd dell'amministrazione Bellandi. Il Partito Democratico è convinto che esista un margine per presentare istanza contro quei soggetti che avrebbero concorso al deterioramento della situazione finanziaria. Il Pd è arrivato alla conclusione analizzando il dispositivo pronunciato il 28 dicembre 2010 dal giudice del lavoro Giuseppe De Marzo, sulla base del ricorso presentato da Fortunati. Dispositivo che condanna le Terme Spa (assistite dagli avvocati Enrico Ceccarelli e Mario Riccio) a corrispondere all'ex amministratore 621 mila 533 euro.
Dalla quale vanno detratti 20 mila euro già versati erroneamente dall'azienda a titolo di premio. La somma è frutto di una serie di oneri dovuti, da contratto, a Fortunati. Ovvero: indennizzo mensilità arretrate calcolate secondo il contratto nazionale per risoluzione senza giusta causa (486 mila euro e qualche spicciolo); rapporto con Terme di Saturnia, azienda dove Fortunati aveva lavorato in precedenza (71 mila euro); differenze retributive (54 mila); Tfr (6 mila); sanzioni (3 mila 365 euro). Senza contare 25 mila euro di spese processuali attribuite alle Terme. De Marzo ha rigettato un'unica istanza: quella relativa alla presunta diffamazione e conseguente danno di immagine perpetrati, secondo l'ex amministratore delle Terme, dai politici e dal Cda a mezzo stampa. In un consiglio comunale agli inizi di agosto 2007, il verdetto del Pdl fu unanime. Con una mozione presentata dagli azzurri e passata con i voti della maggioranza di centrodestra, di fatto venne chiesta la testa di Fortunati, ritenuto responsabile del dissesto. Il consiglio comunale prese la piega di un processo all'innominato direttore generale, fino a che un consigliere di opposizione si alzò invitando i colleghi a dare un nome all'"imputato" che veniva "giudicato in contumacia".
Ma il giudice del lavoro sostiene che «nulla è dovuto a titolo di risarcimento. Il congruo trattamento economico e le notevoli garanzie che hanno caratterizzato il contratto sono la contropartita delle notevoli responsabilità assunte e dell'esposizione politica e mediatica dell'incarico». De Marzo non ha ravvisato «comportamenti di denigrazione». Fortunati nel ricorso, aveva sostenuto che «il clima di tensione alimentato dalla campagna giornalistica e politica lo aveva costretto a rassegnare le dimissioni».
Dalla quale vanno detratti 20 mila euro già versati erroneamente dall'azienda a titolo di premio. La somma è frutto di una serie di oneri dovuti, da contratto, a Fortunati. Ovvero: indennizzo mensilità arretrate calcolate secondo il contratto nazionale per risoluzione senza giusta causa (486 mila euro e qualche spicciolo); rapporto con Terme di Saturnia, azienda dove Fortunati aveva lavorato in precedenza (71 mila euro); differenze retributive (54 mila); Tfr (6 mila); sanzioni (3 mila 365 euro). Senza contare 25 mila euro di spese processuali attribuite alle Terme. De Marzo ha rigettato un'unica istanza: quella relativa alla presunta diffamazione e conseguente danno di immagine perpetrati, secondo l'ex amministratore delle Terme, dai politici e dal Cda a mezzo stampa. In un consiglio comunale agli inizi di agosto 2007, il verdetto del Pdl fu unanime. Con una mozione presentata dagli azzurri e passata con i voti della maggioranza di centrodestra, di fatto venne chiesta la testa di Fortunati, ritenuto responsabile del dissesto. Il consiglio comunale prese la piega di un processo all'innominato direttore generale, fino a che un consigliere di opposizione si alzò invitando i colleghi a dare un nome all'"imputato" che veniva "giudicato in contumacia".
Ma il giudice del lavoro sostiene che «nulla è dovuto a titolo di risarcimento. Il congruo trattamento economico e le notevoli garanzie che hanno caratterizzato il contratto sono la contropartita delle notevoli responsabilità assunte e dell'esposizione politica e mediatica dell'incarico». De Marzo non ha ravvisato «comportamenti di denigrazione». Fortunati nel ricorso, aveva sostenuto che «il clima di tensione alimentato dalla campagna giornalistica e politica lo aveva costretto a rassegnare le dimissioni».
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