La manifestazione
«Il mercato selvaggio non è la ricetta»
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Il direttore di Confesercenti Riccardo Bruzzani Confesercenti: bastano 20 domeniche di saracinesche alzate
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MONSUMMANO. «Sarebbe giusto restare con i negozi aperti 20 domeniche all'anno e gli amministratori che ritengono il mercato selvaggio la ricetta per uscire dalla crisi, si leggano le parole del vescovo di Pistoia, che esorta a una seria riflessione in conseguenza dell'elevato numero di aperture domenicali»: così il direttore della Confesercenti, Riccardo Bruzzani. «La Chiesa - dice Bruzzani - è rimasta una voce quasi unica nel richiamare i valori delle relazioni umane e familiari. Tutto pare sommerso dai disvalori dell'individualismo esasperato e dall'interesse personale. È positivo che si apra un approfondito dibattito sulle aperture e sugli orari dei negozi, sulle festività e relative deroghe, sul lavoro dei dipendenti. La recessione ha da tempo comportato un drastico ridimensionamento dei redditi. La corsa al consumismo è finita perché imposta dalle cose. La grande e media distribuzione in Toscana e nella nostra provincia è cresciuta in modo tale da saturarsi. Sono nati outlet che hanno drenato la capacità di consumo dalle città e dai paesi. Insomma, siamo di fronte a un'articolazione organizzativa della distribuzione delle merci profondamente cambiata e non più a misura d'uomo». «Confesercenti - prosegue Bruzzani - da sempre sostiene modelli di vita e di consumi regolati. Il nostro slogan storico è "se vive il commercio di vicinato vive la città". Siamo stati inascoltati. Ci battiamo, anche in questi giorni, per ridurre le domeniche in cui sia possibile l'apertura del commercio. Riteniamo giusto prevedere circa 20 aperture domenicali e festive all'anno, compreso quelle del mese di dicembre. È davvero assurdo incontrare forti resistenze proprio da alcuni amministratori, per i quali il "mercato selvaggio" rappresenta la ricetta contro la crisi, quando ne è il maggior responsabile. È, altresì, indice di esasperato municipalismo, mettersi di traverso rispetto alla ricerca di una programmazione delle aperture in un ambito di area, allo scopo di costruire regole uniformi al fine di una leale concorrenza». «In questo contesto - dice ancora Bruzzani - i centri storici devono avere un'articolazione delle aperture più ampia, in modo limitato e concertato, per la ragione fondamentale di facilitare il ritorno a essere punto di aggregazione sociale e di sicurezza, oltre a operare per considerare nuovamente la città generatrice di reddito, dunque, d'imprese, di occupazione e di relazioni. Centri storici e località turistiche, quindi aree delimitate, sono da considerare una peculiarità da salvaguardare, anche per recuperare valori fondamentali. In ultimo, i diritti dei dipendenti, che per le piccole e medie imprese sono una risorsa essenziale, certamente devono essere riconosciuti, insieme al non facile impegno di assicurare loro lavoro».
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