Il dolore
In 35 sono ancora senza lavoro
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Una manifestazione dei dipendenti della cartiera Cdr Aspettano di rientrare in fabbrica, contratti a tempo per gli altri
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PESCIA. Di tempo ne è passato da quando, in oltre sessanta, hanno saputo che la loro azienda avrebbe dovuto fermarsi perché le banche non concedevano più credito. Da quando un giudice ha deciso di sequestrare la maggioranza delle azioni a causa dell'impossibilità di risalire ai proprietari delle stesse. È passato esattamente un anno e mezzo e ora, alle soglie del 2011, di quei sessanta solo alcuni hanno trovato un altro lavoro. Nessuno, ma c'era da aspettarselo, a tempo indeterminato. Quasi tutti con contratti a tre o a sei mesi. Quelli più fortunati, una decina, sono stati reinseriti nell'azienda in cui è subentrato un nuovo gestore, disposto a rischiare per far ripartire la produzione. Con contratti a tempo determinato però. Altri 35 attendono il reinserimento. Era l'estate del 2009 quando la Cdm, azienda di Castellare specializzata nel tissue converting, cioè nella lavorazione della carta per la produzione di prodotti igienici e per la casa (tovaglioli, fazzoletti, carta igienica e così via) chiudeva i battenti, lasciando fuori i suoi sessanta operai. Un fatto inaspettato visto che il gruppo Cdm, di cui lo stabilimento di Pescia faceva parte insieme ad altre aziende sparse fra le provincie di Lucca e Cuneo, occupava i primi posti del mercato, secondo a livello nazionale e fra i primi dieci a livello europeo. Un fatto legato alla decisione del vecchio proprietario, la famiglia Pieri, di vendere la maggioranza delle azioni del gruppo a una Ltd inglese, la Vecafin, società che invece di ricapitalizzare il gruppo, come da accordi, sottrasse capitali dai conti societari senza investire un euro nella produzione. Il resto è storia. Le banche, vista la normativa antiriciclaggio, bloccarono il credito. La produzione, per l'impossibilità di pagare i fornitori, venne fermata. Gli operai si ritrovarono, dall'oggi al domani, senza lavoro. Queste vicende portarono le autorità a sequestrare in via cautelativa le azioni che facevano capo alla Vecafin e ad aprire un'indagine, che ha portato all'arresto di vari nomi legati alla società inglese. La vicenda, che ha portato all'inevitabile procedura di fallimento della holding, non ha ancora visto una conclusione e non è stata fatta chiarezza sui motivi che hanno spinto la famiglia Pieri a vendere il 70% delle azioni. Quel che è certo è che a pagare le conseguenze di queste azioni sono stati i sessanta operai che lavoravano nell'azienda pesciatina (150 se si contano le varie aziende del gruppo), tutti o quasi a tempo indeterminato. Oggi di questi sessanta una decina sono stati riassorbiti, con contratti a un anno, dall'azienda che è subentrata nella gestione dello stabilimento di Castellare, la Rotocart. A breve dovrebbero rientrarne altri trentacinque, in base a un accordo sottoscritto da sindacati, istituzioni e vertici aziendali che prevedeva il riassorbimento di coloro che si trovavano in cassa integrazione straordinaria. Gli altri, che non sono rientrati nell'accordo, sono coloro che in quest'ultimo anno e mezzo si sono rivolti altrove per cercare un nuovo lavoro, per paura che alla fine nessuna azienda decidesse di reinvestire nel settore, cosa che invece fortunatamente è avvenuta. Simon Luca Checchi è uno di questi: «Sono fra i più fortunati, perché sono stato assunto direttamente da un'azienda con contratto a tempo determinato di un anno, rinnovabile. Molti di quelli che lavoravano con me sono invece stati assunti attraverso agenzie interinali con contratti a 3 o 6 mesi». F.M.
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