Italia
Pene di 6 anni a Zavagli e quattro e mezzo a Parlanti. Per il tribunale nessun accordo per spartirsi i lavori
Appaltopoli non è mai esistita
Pietro Barghigiani
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Larrivo dei carabinieri in municipio nel dicembre 2003 e, sotto, Oliviero Zavagli Due condanne e 32 assoluzioni, negata l'associazione a delinquere
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MONTECATINI. Più che un crollo è un'implosione quella avvenuta ieri mattina nell'aula del tribunale di Pistoia per l'inchiesta "Appaltopoli". Per i giudici non ci furono accordi preventivi per spartirsi gli appalti. L'esatto contrario di quanto costituì l'ispirazione alla base della maxi-inchiesta che sette anni fa sconvolse il mondo toscano dei lavori pubblici con 16 arresti e decine di indagati. Il processo si è concluso con due condanne e 32 assoluzioni, di cui una per la morte dell'imputato. A fare una scrematura significativa è stata la prescrizione dei reati arrivata anche a tre giorni dalla lettura della sentenza. E, soprattutto, la corte non ha ritenuto valida la tesi dell'accusa sull'associazione a delinquere e le turbative d'asta. I condannati. Gli unici colpevoli riconosciuti in primo grado dal tribunale in sessione collegiale (presidente Valeria Marino, a latere Rosa Selvarolo e Patrizia Martucci) sono stati Oliviero Zavagli, 62 anni, di Montecatini, condannato a 6 anni con l'interdizione in perpetuo dai pubblici uffici e Paolo Parlanti, 60 anni, di Pieve a Nievole, la cui pena è stata di 4 anni e mezzo con l'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. All'epoca dei fatti erano ritenuti il primo l'amministratore di fatto di Giubileo e Servizi ecologici con il secondo che figurava come rappresentante legale. Per diversi capi di imputazione anche per loro due la prescrizione ha estinto varie ipotesi di reato. Entrambi, inoltre, sono stati condannati a risarcire in solido il Comune di Montecatini per il solo danno morale liquidato in 20mila euro e a pagargli anche le spese legali quantificate in 7.500 euro. Già annunciato il ricorso in appello. Il pubblico ministero, Giuseppe Grieco, una volta lette le motivazioni che saranno depositate entro 90 giorni, valuterà l'eventuale impugnazione della sentenza. I fatti contestati. Zavagli e Parlanti sono stati condannati per corruzione e falso per soppressione. Il primo reato sarebbe stato consumato al momento di cedere alcune piantine al dipendente dell'Arpat Filiberto Vallesi affinché comunicasse in anticipo i controlli sulle aziende riconducibili a Zavagli. Il secondo nell'agosto 2002 al momento di sottrarre l'offerta per un appalto da 258mila euro riferito al rifacimento dei marciapiedi a Montecatini. Dalle intercettazioni telefoniche venne fuori l'errore commesso da Parlanti nell'assegnare le percentuali di offerte delle ditte partecipanti. In quel modo non avrebbe vinto l'impresa che doveva aggiudicarsi i lavori. E così i condannati, secondo la sentenza, riuscirono a rimettere nella busta da far sottoporre alla commissione una nuova proposta con il giusto ribasso. Le prescrizioni. Per l'episodio dell'offerta sottratta, distrutta e sostituita i capi di imputazione a carico di Domenico Strati, Roberto Vescovi, Oliviero Zavagli, Paolo Parlanti e Piero Mugnai sono caduti in prescrizione il 21 luglio scorso, lo stesso giorno in cui è andato in prescrizione un altro reato a carico di Mugnai. C'è poi il fronte della famosa gara per l'assegnazione del servizio di smaltimento rifiuti quando nelle intercettazioni i carabinieri registrarono la frase pronunciata da Svenjak a Zavagli: «Dorma tranquillo, ha vinto». Anche per questo episodio l'assoluzione è arrivata con la prescrizione scandita il 21 agosto scorso. Altra prescrizione per Pierluigi Gentili, Parlanti, Zavagli e Tommei porta la data del 27 ottobre. Mentre i dipendenti pubblici Mugnai e Vallesi si sono visti prescrivere i reati di cui erano accusati il 2 e il 17 dicembre, tre giorni prima della sentenza. Le accuse evaporate. Oltre all'associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d'asta la corte doveva giudicare anche i reati di rivelazione di segreto d'ufficio, falso per soppressione e corruzione. In tutto erano 29 i capi d'imputazione contestati, per la maggior parte relativi a gare d'appalto bandite dal 2000 al 2003 da amministrazioni comunali delle province di Pistoia e Lucca. Un giro d'affari di decine di milioni di euro, portato alla luce grazie alle indagini del Corpo Forestale e dei carabinieri di Pescia. Stando all'accusa l'associazione a delinquere aveva proprio l'obiettivo di costituire un cartello tra le imprese partecipanti alle gare indette dalle pubbliche amministrazioni, facendo vincere questa o quella secondo un criterio di spartizione di zone d'influenza. I pubblici ufficiali avrebbero, nello scenario ipotizzato dal pm, favorito gli accordi sottobanco. Ipotesi non accolte dal collegio giudicante che nelle motivazioni spiegherà come e dove non hanno retto gran parte delle accuse della Procura della Repubblica.
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