Sicurezza
Voglio essere bollito sul palco del Montand
Luca Signorini
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Paolo Villaggio ieri sul palco del teatro Montand Paolo Villaggio ritira il premio Giusti e si concede a ricordi e battute
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MONSUMMANO. È seduto in prima fila con accanto sua figlia. Nascosto sotto una folta barba canuta. Indossa una tunica nera e un lungo foulard bianco. Sulle spalle si adagia una giacchetta sgargiante di provenienza indiana. Si intravedono i calzini, di colore arancione, che si perdono in due scarponi scuri, con fibbia spessa. Paolo Villaggio è come a casa. Sprofondato nella soffice poltroncina del Montand, assiste alle premiazioni in onore del Giusti, applaude la coppia di musici (una soprano e un chitarrista) e aspetta di salire sul palco. È affabile e docile, sempre con una sferzante battuta da concedere. «Il comico è strano, bizzarro, mezzo folle - dice - fa anche paura, pensate ai clown. Ed è uomo. Difficilmente una donna è comica, perché perde di dignità. Una donna che interpreta un'ubriaca fa pena. E la comicità è infantile. Stanlio e Onlio fanno ridere a distanza di 95 anni perché hanno un'età media tra i 6 e i 9 anni. E poi la sessualità, nella satira e nel comico non esiste. Appartiene a una sfera diversa della dimensione umana. Avete mai visto Totò baciare una donna? I comici devono essere disumani». Tiene le mani serrate. A volte gesticola, sempre dolcemente. Di fianco ha il suo bastone nero con tratti argentei. Se ne separa soltanto per salire le scalette che portano al palcoscenico. Cammina piano, il ragionier Ugo Fantozzi: «Oggi basta qualche piccolo segnale per far ridere. I segni sono più sottili e morbidi. Le tecniche della risata sono rimaste immutate nel tempo anche se l'arte si è evoluta, soprattutto nel linguaggio. Oggi c'è uno spazio inesplorato per la satira. Non voglio vantarmi ma Fantozzi è stato satira, era tragico, pazzo. Ci ha detto e dimostrato che tutti avevamo gli stessi disagi». Colloquia con Enrico Ghidetti, presidente di giuria del Premio Giusti. A tratti viene fuori la voce sfiatata che lo ha reso celebre. Un afflato grottesco di battute e di aneddoti, come quello della Corrazzata Potemkin. Surreale, grottesco, "cattivo", Villaggio è il professor Kranz, è Fracchia, è Fantozzi. Ma è anche scrittore e giornalista (ha scritto su L'Europeo, Paese Sera e L'Unità): «Da giovani io e Fabrizio (De André ndr), eravamo l'ala più a sinistra del partito comunista cinese», ride (e fa ridere). Non ama i buonisti in età avanzata, i vecchi attori che decidono di adottare un bambino nero. Ma ama (da finto buonista) Monsummano. Vorrebbe qui il suo funerale, essere "bollito" sul palco del Montand. E per "l'esemplarità dell'itinerario artistico, l'essere comico nella sua sconfinata latitudine", a Villaggio è andato il Premio Giusti per la satira.
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