Il Tirreno

Montecatini

«In fuga dallo stadio prima di finire dentro quella follia»

Roberto Grazzini
Patrizio Pazzini con il fratello Giampaolo A destra un momento dei disordini allo stadio di Genova causati dagli ultras serbi
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Patrizio Pazzini con il fratello Giampaolo A destra un momento dei disordini allo stadio di Genova causati dagli ultras serbi

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MONTECATINI. Ha visto da vicino gli ultras serbi fuori controllo ed è fuggito dallo stadio con figlio e amici. Patrizio Pazzini, fratello di Giampaolo, bomber della Sampdoria e della Nazionale, pensava di trascorrere una serata di festa.  Invece quello che doveva essere un appuntamento di sport si è trasformato in una notte da incubo. Le immagini terrificanti riversate dalla tv hanno fatto capire alla gente a casa qual era il clima nel capoluogo ligure prima, durante e soprattutto dopo per la sospensione della partita tra Italia e Serbia.  Patrizio Pazzini questa esperienza l'ha vissuta sulla propria pelle. Con il figlio Alessio e gli amici Ezio Ferraro e Andrea Donati, l'ex calciatore professionista Patrizio è arrivato in serata a Genoa per assistere alla partita degli azzurri e fare il tifo per "Pazzo".  Racconta: «Alle 20 siamo arrivati al parcheggio familiari dove generalmente lasciamo l'auto. La città era tranquilla. Ho visto un po' di fila ai botteghini ma nulla più. Poi siamo entrati nello stadio e niente faceva presagire a quanto poi sarebbe accaduto. La situazione è degenerata quando hanno fatto l'ingresso in campo le due squadre. Noi eravamo a cinquanta metri in linea d'aria dallo spicchio riservato ai tifosi serbi, dalla stessa parte della tribuna. La gente ha iniziato a spaventarsi. Qualche famiglia è andata via di corsa. "Qui succede un altro Heysel" ho sentito dire ad un signore vicino a noi. Gli steward hanno fatto un cordone tra la nostra parte di tribuna e la zona dei tifosi ospiti».  Pazzini ha intuito il putiferio che di là a poco ha provocato la sospensione della gara.  Continua: «Tre cose mi sono rimaste particolarmente impresse: i rumori degli anfibi degli ultras, se così li vogliamo chiamare, che cercavano di spaccare le vetrate di recinzione, le lacrime di alcuni anziani sostenitori slavi e alcune donne che cercavano inutilmente di fermare questa follia. Abbiamo aspettato ancora un po'. Poi ho guardato mio figlio Alessio e gli altri e siamo tornati alla macchina senza aspettare oltre. È stata la nostra fortuna perché vicino al parcheggio familiari pochi minuto dopo la nostra partenza è iniziata la guerriglia urbana e hanno bruciato e danneggiato diversi veicoli. Il deflusso comunque è stato abbastanza ordinato. Ci siamo sentiti tranquilli solo quando abbiamo raggiunto, dopo una mezz'ora, l'ingresso dell'autostrada. In tanti anni di calcio, sia a livello personale sia da quando seguo Gianpaolo, non mi ero mai trovato in una situazione simile e spero non succeda mai più».

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di Redazione web