Sicurezza
«Paolini è morto dopo essere scivolato sopra una staffa»
Pietro Barghigiani
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In primo piano lavvocato Paolo Patelmo e al suo fianco il professor Francesco Donato 3 MINUTI DI LETTURA
MONTECATINI. Una caduta provocata da una spinta durante una lite o un piede messo in fallo dalle conseguenze fatali. È attorno al quesito su cui è chiamata a giudicare la Corte d'Assise che ieri mattina nell'aula del tribunale di Firenze i consulenti della difesa hanno ricostruito il possibile scenario in cui sarebbe maturato il decesso di Alessio Paolini, 40 anni, avvenuto il 13 dicembre 2009, dopo il volo dal terrazzo della sua abitazione. Sul banco degli imputati Alessio Pacini, 36 anni, imbianchino, accusato di omicidio volontario assistito dagli avvocati Paolo Patelmo e Alessio Celli. Sulla base degli atti di indagine e ricorrendo a ricognizioni sul campo, il professor Francesco Donato, docente di tecniche investigative all'università di Bologna, e la dottoressa Martina Focardi, dell'istituto di medicina legale di Firenze, hanno esposto la tesi a sostegno della difesa. Lo hanno fatto mostrando simulazioni della caduta in una rappresentazione cinematica delle possibili dinamiche che, nelle conclusioni dei consulenti, accrediterebbero l'ipotesi della caduta accidentale. Sullo schermo le immagini reali si sono alternate alle slide delle ricostruzioni al computer. Una rappresentazione dei fatti che non ha convinto il pm, Giuseppe Grieco e il legale di una delle parti civili, avvocato Giannetto Guarducci. Ipotesi accidentale. Secondo la ricostruzione svolta dai consulenti, valutando soprattutto le ferite sul corpo di Paolini e il luogo in cui si è verificato l'episodio, Paolini con un tasso alcolemico di 1,8 gradi per litro avrebbe messo i piedi su una staffa utilizzata per stendere i panni e una balaustra. Con un braccio si sarebbe tenuto saldo, mentre l'altro lo avrebbe allungato per prendere della droga nascosta nella grondaia. Alcuni testi hanno riferito che quello di arrampicarsi in questo modo era il sistema usato dalla vittima per raggiungere il nascondiglio dove conservava la sostanza stupefacente. Lo stato di ebbrezza e le scarpe lisce, sempre stando i consulenti della difesa, avrebbero fatto perdere l'equilibrio all'uomo. Nel cadere, quasi in verticale, Paolini avrebbe impattato con la staffa di metallo prima con il torace, riportando la frattura dello sterno e di tre costole, e poi con il mento. Quest'ultimo urto gli avrebbe spezzato l'osso del collo nel giro di qualche secondo. Con le gambe ha poi sfondato la tettoia sottostante sulla quale è stato trovato supino e a torso nudo. «Le lesioni riportate sul corpo di Paolini sono compatibili con il tipo di caduta e urto - ha spiegato la dottoressa Focardi -. Il machete di cui si è parlato non c'entra niente. Sotto il mente la ferita lacero-contusa può essere stata provocata dalla staffa». Ha aggiunto il professor Donato: «La vittima è caduta quasi in piedi e lo dimostra lo sfondamento della tettoia con le gambe. Se fosse stata spinta dal terrazzo sarebbe caduta di spalle o di testa». Ipotesi della spinta. Il pm Giuseppe Grieco ha confutato le argomentazioni della difesa puntando soprattutto sulla scientificità della ricostruzione. I dubbi della pubblica accusa si sono soffermati sulla compatibilità della frattura dello sterno a causa dell'impatto con la staffa. Altra perplessità. Per quale motivo Paolini, avendo urtato lo spunzone di metallo, non ha tranciato anche i fili per stendere i panni? «Perché non si sono rotti?» ha chiesto il pm. Per la difesa il corpo dell'uomo non è franato sul fili, ma gli è passato accanto. E anche sul punto di caduta il pm ha avuto da ridire. Se, è stato il suo ragionamento, Paolini è finito di sotto in verticale, come spiega la difesa il corpo trovato ad almeno un paio di metri dal terrazzo? Nel volo, hanno chiarito i consulenti, l'impatto con un ostacolo può portare a uno spostamento. Prossima udienza giovedì 14 con altre perizie sul tavolo.
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