Il dolore
Aumentano i ristoranti etnici
Luca Signorini
◗
Lesterno del Sakura in via Manin e lo staff del Carioca Presenti un brasiliano e un giapponese low-cost
3 MINUTI DI LETTURA
MONTECATINI. Tra sushi, sashimi, grano saraceno, fagiolata e spaghetti di soia. Tra vodka, caipirinha, vino giallo Shaoxing e tè verde Gyokuro. Terre del mondo (almeno quello culinario) a confronto. Montecatini, dalle parole degli addetti ai lavori, pare risultare una cittadina (in riferimento all'estensione territoriale e demografica) con un'alta concentrazione di ristoranti "etnici". Se pensiamo che nel raggio di un chilometro, da via Manin (e via Toti) a via Ugo Bassi (e il tratto iniziale di via Marruota), ci sono due ristoranti giapponesi, un club privato domenicano, un ristorante cinese e uno brasiliano, abbiamo la fotografia perfetta della situazione. Ma non finisce qui. È sufficiente buttare lo sguardo un po' più in là, e altre culture ti si affacciano davanti: l'emporio russo "Il villaggio dello Zar" e il ristorante cinese "La nuova Cina". Senza contare i kebab proliferati a ritmo incessante e i "paninari" gestiti (nel segno della tradizione) da rumeni e marocchini. Ultimi in ordine di tempo, hanno visto la luce un ristorante giapponese ("Sakura"), che parla cinese, minimalista nei modi e negli arredi; e uno italo-brasiliano ("Carioca"), caldo e colorato. E la differenza è notevole. "Sakura", in via Manin, offre zuppe, yakimono (arrosti), sushi e sashimi a prezzi concorrenziali. Dimenticatevi l'involtino di riso e pesce fresco che alleggerisce (notevolmente) il portafoglio. Qui, con 20-25 euro il pranzo è servito. I titolari, i camerieri, i cuochi e gli aiuto cuochi sono tutti cinesi. Dicono di aver lavorato per 20 anni in Giappone imparando la cucina del paese. Un chiaro segnale di fratellanza: nell'estremo oriente, i cugini si vogliono bene. Diverso il discorso per il "Carioca": uno chef brasiliano e una cuoca italiana si muovono con disinvoltura (e in perfetta sintonia) tra pentole e fornelli. Il primo prepara la feijoada (uno stufato di fagioli con carne di maiale), la sopa de ervilha (minestra di piselli) e il bobò di camarao (brodo di gamberi). La seconda, gli spaghetti al ragù, la bistecca alla fiorentina e la pappa al pomodoro. E non c'è competizione. La cantina accoglie l'amato vino e il guaranà, la birra e la cachaca dolce (un tipo di grappa brasiliana con il 43% di gradazione). Per un tuffo a Rio de Janeiro bastano 20 euro di menù fisso, con le bevande escluse. Quelli che, a seconda dei gusti, preferiscono la neve e le montagne al mare, non si disperino. In via Tripoli, ormai dal 2004, un emporio dell'est riempie gli scaffali di pelmeni (una specie di involtino di carne), brodo con barbabietola, caviale e l'immancabile vodka gelata. E se l'intenzione è approfondire la cultura dell'ex Urss, non mancano libri, dvd e guide turistiche. Ce n'è per tutti i gusti. I cinesi del "Mandarino" di via Ugo Bassi (il ristorante straniero più vecchio, dal 1989) e della "Nuova Cina" di corso Matteotti (dal 1999), adesso dovranno lottare contro una concorrenza piuttosto agguerrita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
