La manifestazione
«La vittima è caduta da sola dal balcone»
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Il cortile interno al complesso Caso Paolini: sopralluoghi dei tecnici della difesa in via Imbriani
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MONTECATINI. «Abbiamo cercato di ricostruire una modalità compatibile con i luoghi e, soprattutto, con le ferite riportate dalla vittima, e non riusciamo a capire come sarebbe stato possibile lanciare il corpo a due metri di distanza dal terrazzo, come prevede la versione del pubblico ministero»: questo uno dei primi commenti di Paolo Patelmo, uno dei due legali di Alessio Pacini (attualmente ai domiciliari), dopo il sopralluogo svoltosi ieri mattina nell'abitazione di via Imbriani, dove lo scorso 13 dicembre perse la vita il 40enne Alessio Paolini. Pacini, imbianchino di 36 anni, è accusato di aver ucciso l'amico al termine di un diverbio sfociato in lite, facendolo precipitare dal balcone della sua abitazione sul tetto del garage sottostante. E ieri mattina i periti della difesa hanno effettuato il sopralluogo tecnico all'appartamento di via Imbrani. Con Patelmo e con l'altro avvocato Alessio Celli, erano presenti i loro consulenti: il tecnico dell'investigazione scientifica Francesco Donato, dell'Università di Bologna, e Martina Focardi di medicina legale dell'Università di Firenze. Il sopralluogo, per i legali, avrebbe rafforzato le tesi della difesa: «Ci ha permesso di ricostruire una probabile dinamica della caduta - dice Patelmo - il Pm aveva presentato un capo d'imputazione generico, sostenendo che Pacini avrebbe causato la morte di Paolini facendolo cadere dal balcone, ma senza alcun elemento sul "come". Per noi il Gip avrebbe dovuto riformulare l'imputazione, anche perché noi, come difesa, abbiamo eccepito sulla genericità dei capi d'imputazione. Non sappiamo da cosa e come difenderci». Secondo la difesa è escluso che il corpo possa essere stato gettato dopo la morte del Paolini o, più in generale, con la vittima in stato di incoscienza: «In quel caso il corpo sarebbe dovuto cadere di testa e vicino al balcone, anche perché non si spiega come sarebbe stato possibile lanciarlo a due metri di distanza. Inoltre il cadavere presentava fratture agli arti inferiori, segno che era caduto di piedi. L'autopsia inoltre ha rivelato che non vi è una sola emorragia all'interno dell'encefalo (come sarebbe logico in una caduta di testa), mentre la causa diretta di morte è stata la frattura tra l'atlante e l'epistrofeo (in pratica la vittima si è rotta l'osso del collo ndr), avvenuta in seguito alla caduta». La difesa propone una sua ricostruzione dell'accaduto, secondo la quale, per accedere a della droga nascosta all'interno della grondaia sovrastante il balcone, Paolini sarebbe salito sulla ringhiera del terrazzo. Solo che, complice probabilmente anche l'ubriachezza, avrebbe perso l'appiglio, precipitando sul tetto del garage sottostante. Un'ipotesi che sarebbe stata bocciata dal Pm, dopo una prova effettuata con i vigili del fuoco e con un pompiere della stessa altezza (1,87 del Paolini). «Ma - sottolinea l'avvocato Patelmo - nel frattempo lo stato dei luoghi era cambiato, ed era stato tolto uno stendibiancheria che poteva essere utilizzato come appoggio per raggiungere la grondaia». Adesso le due ricostruzioni si dovranno confrontare in sede processuale (la prima udienza è in programma il 21 settembre). L.S.
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