Attenzione
«Strage? Voglio dimenticare»
Pietro Barghigiani
Parla un ferito nell'attentato ai Georgofili. Nuovo processo
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MONTECATINI. Ha sentito le urla disperate di una bambina di 9 anni che invocava la mamma. Lamenti sempre più fiochi fino a spegnersi sotto le macerie. L'udito lesionato e la cicatrice sulla fronte sono lì a ricordare a Bruno Bini, 66 anni, quanto è stato fortunato rispetto a chi da quei detriti è uscito cadavere, ma anche l'orrore di una strage, quella avvenuta in via dei Georgofili la sera del 27 maggio 1993 a Firenze. Bini, pensionato dal 1995, figura tra le parti offese nell'ordinanza di rinvio a giudizio immediato disposta dal gip Michele Barillaro del tribunale di Firenze nei confronti di Francesco Tagliavia, palermitano di 56 anni, accusato in concorso per quell'episodio, ma anche per il fallito attentato a Maurizio Costanzo, per la strage di via Palestro a Milano e per le bombe a Roma. Il 23 novembre inizierà il processo. «
Non ho intenzione di costituirmi parte civile - spiega Bini, originario di Brescia, ma da tanti anni residente in città -. È una storia che voglio dimenticare». Quella sera Bini era in servizio con altri colleghi come guardia notturna agli Uffizi. «Tra la nostra postazione e il punto in cui esplose la bomba ci saranno stati una cinquantina di metri - ricorda il pensionato -. Quando c'è stato lo scoppio l'area del corpo di guardia si è riempita di vetri e calcinacci. Sono stato investito dalle schegge in testa e sulla schiena. Se ci fossimo trovati nel corridoio vasariano saremmo tutti morti». Nella notte della tragedia in cui persero la vita cinque persone, marito e moglie con due bimbe di 9 anni e 7 mesi e uno studente universitario, non ci sono solo i segni sul corpo di Bini.
I fantasmi non lo hanno abbandonato. «Per mesi la notte non ho dormito - racconta -. Non era solo il ricordo dell'esplosione a farmi svegliare di soprassalto. Mi rimbalzava in testa la voce della bambina che chiedeva della mamma. L'ho sentita per qualche minuto, poi il silenzio». Dopo essere stato ricevuto al Quirinale per Bini il sipario istituzionale è calato per sempre. «Ho chiesto un'invalidità per l'udito ma non mi è stata riconosciuta la sordità dovuta all'esplosione - si sfoga -. Alla fine non ho avuto né risarcimenti, né riconoscimenti».
Non ho intenzione di costituirmi parte civile - spiega Bini, originario di Brescia, ma da tanti anni residente in città -. È una storia che voglio dimenticare». Quella sera Bini era in servizio con altri colleghi come guardia notturna agli Uffizi. «Tra la nostra postazione e il punto in cui esplose la bomba ci saranno stati una cinquantina di metri - ricorda il pensionato -. Quando c'è stato lo scoppio l'area del corpo di guardia si è riempita di vetri e calcinacci. Sono stato investito dalle schegge in testa e sulla schiena. Se ci fossimo trovati nel corridoio vasariano saremmo tutti morti». Nella notte della tragedia in cui persero la vita cinque persone, marito e moglie con due bimbe di 9 anni e 7 mesi e uno studente universitario, non ci sono solo i segni sul corpo di Bini.
I fantasmi non lo hanno abbandonato. «Per mesi la notte non ho dormito - racconta -. Non era solo il ricordo dell'esplosione a farmi svegliare di soprassalto. Mi rimbalzava in testa la voce della bambina che chiedeva della mamma. L'ho sentita per qualche minuto, poi il silenzio». Dopo essere stato ricevuto al Quirinale per Bini il sipario istituzionale è calato per sempre. «Ho chiesto un'invalidità per l'udito ma non mi è stata riconosciuta la sordità dovuta all'esplosione - si sfoga -. Alla fine non ho avuto né risarcimenti, né riconoscimenti».
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