Il ricordo del figlio Fabio
«Papà è morto come avrebbe volutoIl Borgo era la sua più grande passione»
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Roberto Luporini durante una cena della società azzurra«È morto come avrebbe voluto. Nello stadio del Borgo a cui ha dedicato tutta la sua vita. Questa società e il calcio erano le sue più grandi passioni». Ha gli occhi lucidi Fabio Luporini, il figlio di Roberto, anima e storia dei colori azzurri, una vera bandiera
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BUGGIANO. «È morto come avrebbe voluto. Nello stadio del Borgo a cui ha dedicato tutta la sua vita. Questa società e il calcio erano le sue più grandi passioni». Ha gli occhi lucidi Fabio Luporini, il figlio di Roberto, anima e storia dei colori azzurri, una vera bandiera.
In famiglia, dalla moglie Maria Pia all'altra figlia Francesca, nessuno riesce a dare una spiegazione all'improvviso malessere che ha raggiunto Roberto al bordo campo del Benedetti. Un blackout che lo ha spento con la semplicità con cui si preme un interruttore.
«Non aveva mai avuto problemi gravi - riprende il figlio -. Solo una periartrite a una spalla e un eccesso di trigliceridi per i quali si era messo a dieta. Per il resto niente di niente. Da quello che sappiamo non dovrebbe aver sofferto. È stato un attimo. Almeno quello».
Luporini lavorava come rappresentante di generi alimentari per la ditta Boncioli di Pieve a Nievole.
La sua inimitabile voce, dai toni pacati, quando leggeva gli schieramenti in campo prima delle gare casalinghe degli azzurri risuonerà ancora a lungo nella mente degli sportivi borghigiani.
Era stato il solito weekend per Roberto Luporini, una vita nell'Us Borgo a Buggiano, cominciato sabato pomeriggio al seguito della formazione juniores e proseguito con il pranzo domenicale con la prima squadra. Ai più giovani, qualche pezzo di parmigiano in più lo riservava sempre. Poi, più tardi, le fotocopie alla segreteria dello stadio Benedetti, da consegnare agli addetti ai lavori, la canonica lettura delle formazioni e quindi la partita del suo Borgo da osservare in religioso silenzio, con l'immancabile sigaretta all'angolo della bocca, accanto al suo compagno di tante battaglie Romeo Orsi. E lì, dalla sua abituale postazione, appoggiato alla rete di recinzione, che la vita l'ha abbandonato. «Mi è scivolato piano piano verso terra - dice Orsi, cercano di contenere la commozione -. Non un grido, non un lamento. La faccia aveva cambiato colore. Ho capito subìto che ci sarebbe stato poco da fare. Ho provato a chiamarlo. Poi sono arrivati gli altri». Straziante la scena della figlia Francesca, accorsa allo Stadio, che piange a dirotto, accasciata sulla sedia vicino al bar tra le braccia di Orsi. Piangono gli ultras, alcuni dei quali ex giocatori del settore giovanile azzurro come Tubita e Sturlini, con i quali Luporini scherzava sempre. In silenzio il presidente Cardelli con le mani in tasca. «Una grande perdita» dice con un filo di voce. Stamani il magistrato deciderà se disporre l'autopsia, poi verrà fissato il funerale.
In famiglia, dalla moglie Maria Pia all'altra figlia Francesca, nessuno riesce a dare una spiegazione all'improvviso malessere che ha raggiunto Roberto al bordo campo del Benedetti. Un blackout che lo ha spento con la semplicità con cui si preme un interruttore.
«Non aveva mai avuto problemi gravi - riprende il figlio -. Solo una periartrite a una spalla e un eccesso di trigliceridi per i quali si era messo a dieta. Per il resto niente di niente. Da quello che sappiamo non dovrebbe aver sofferto. È stato un attimo. Almeno quello».
Luporini lavorava come rappresentante di generi alimentari per la ditta Boncioli di Pieve a Nievole.
La sua inimitabile voce, dai toni pacati, quando leggeva gli schieramenti in campo prima delle gare casalinghe degli azzurri risuonerà ancora a lungo nella mente degli sportivi borghigiani.
Era stato il solito weekend per Roberto Luporini, una vita nell'Us Borgo a Buggiano, cominciato sabato pomeriggio al seguito della formazione juniores e proseguito con il pranzo domenicale con la prima squadra. Ai più giovani, qualche pezzo di parmigiano in più lo riservava sempre. Poi, più tardi, le fotocopie alla segreteria dello stadio Benedetti, da consegnare agli addetti ai lavori, la canonica lettura delle formazioni e quindi la partita del suo Borgo da osservare in religioso silenzio, con l'immancabile sigaretta all'angolo della bocca, accanto al suo compagno di tante battaglie Romeo Orsi. E lì, dalla sua abituale postazione, appoggiato alla rete di recinzione, che la vita l'ha abbandonato. «Mi è scivolato piano piano verso terra - dice Orsi, cercano di contenere la commozione -. Non un grido, non un lamento. La faccia aveva cambiato colore. Ho capito subìto che ci sarebbe stato poco da fare. Ho provato a chiamarlo. Poi sono arrivati gli altri». Straziante la scena della figlia Francesca, accorsa allo Stadio, che piange a dirotto, accasciata sulla sedia vicino al bar tra le braccia di Orsi. Piangono gli ultras, alcuni dei quali ex giocatori del settore giovanile azzurro come Tubita e Sturlini, con i quali Luporini scherzava sempre. In silenzio il presidente Cardelli con le mani in tasca. «Una grande perdita» dice con un filo di voce. Stamani il magistrato deciderà se disporre l'autopsia, poi verrà fissato il funerale.
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