Sicurezza
Omicidio
Quarantiello scampa all'ergastolo
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Donatella Parlanti e, sopra, l’arresto di Antonio Quarantiello il 12 gennaio del 2008Ha evitato l'ergastolo, ma non i 30 anni inflitti dalla Corte d'Assise d'Appello per avere ucciso la moglie da cui si stava separando. Resta la premeditazione nell'omicidio commesso da Antonio Quarantiello, 47 anni, operaio calzaturiero originario di Benevento, ma residente da tempo a Monsummano
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MONSUMMANO. Ha evitato l'ergastolo, ma non i 30 anni inflitti dalla Corte d'Assise d'Appello per avere ucciso la moglie da cui si stava separando. Resta la premeditazione nell'omicidio commesso da Antonio Quarantiello, 47 anni, operaio calzaturiero originario di Benevento, ma residente da tempo a Monsummano. Ma il non aver stabilito con esattezza dove si trovasse la pistola con cui Donatella Parlanti, cameriera di 44 anni, ricevette due colpi in testa, ha influito sul ricalcolo della pena.
La sentenza della corte, presieduta dal giudice Tomaselli, è arrivata dopo oltre due ore di camera di consiglio. Il procuratore generale, De Felice aveva chiesto 18 anni. Confermati i risarcimenti con una provvisionale di 250mila euro ciascuno ai figli Chiara, 26 anni e Francesco, 29 anni, entrambi assistiti dall'avvocato Claudio Casciani.
Quarantiello era difeso dall'avvocato Luca Cianferoni sulla cui memoria riguardo alla ridefinizione della pena si è discusso per oltre un'ora.
«Non è stato accertato con precisione dove fosse nascosta la pistola usata per l'omicidio - spiega il legale -. A nostro avviso non c'era premeditazione da parte di Quarantiello. E per dimostrarlo faremo ricorso in Cassazione».
La tragedia familiare si consumò la mattina di sabato 12 gennaio 2008 in uno spiazzo davanti al cimitero di Monsummano Alto.
Erano circa le 9 quando vennero esplosi i due colpi che, di lì a un mese, si sarebbero rivelati fatali per Donatella Parlanti. Quarantiello si presentò sotto l'abitazione della famiglia di via De Gasperi 111 poco prima delle 8,30 con l'auto della moglie.
La donna non aveva passato la notte a casa. Come spesso le accadeva, in occasione delle discussioni più accese con il marito, la sera aveva dormito dai genitori in Traversagna a Massa Cozzile. Antonio la convinse a tornare a casa dopo che la donna aveva accompagnato Chiara al lavoro di commessa in un negozio di Montecatini. Secondo l'accusa Quarantiello aveva già in tasca la pistola Beretta 34 semiautomatica calibro 9 detenuta regolarmente dal figlio a Monsummano con il quale viveva, insieme all'altra figlia, nell'appartamento di via De Gasperi.
Dopo aver percorso alcuni chilometri giunsero nella piazzola della Rocca. Una zona isolata dove di rado passano auto. Nell'abitacolo la lite degenerò. Secondo gli investigatori, la conferma della decisione della cameriera di separarsi e di andare a vivere in un'altra casa a Cintolese scatenò l'ira di Quarantiello che estrasse la pistola e sparò due colpi in testa alla madre dei suoi due figli. Poi scese dalla macchina, gettò l'arma poco distante e andò costituirsi alla caserma dei carabinieri. Suonò il campanello e al militare che gli aprì la porta disse: «Ho ammazzato mia moglie». Non era vero.
Ma i carabinieri non lo potevano sapere. La donna era ancora viva. Respirava appena. Venne trasferita in stato di coma con l'elisoccorso a Careggi dove, dopo un mese di agonia senza aver mai ripreso conoscenza, morì, la mattina del 13 febbraio, donando anche gli organi.
Quarantiello in primo grado davanti al gup, dove venne giudicato l'11 febbraio 2009 in abbreviato, sostenne che la pistola era stata portata dalla moglie e che i colpi erano partiti accidentalmente durante il litigio scoppiato nella macchina. Terzo e ultimo round in Cassazione.
La sentenza della corte, presieduta dal giudice Tomaselli, è arrivata dopo oltre due ore di camera di consiglio. Il procuratore generale, De Felice aveva chiesto 18 anni. Confermati i risarcimenti con una provvisionale di 250mila euro ciascuno ai figli Chiara, 26 anni e Francesco, 29 anni, entrambi assistiti dall'avvocato Claudio Casciani.
Quarantiello era difeso dall'avvocato Luca Cianferoni sulla cui memoria riguardo alla ridefinizione della pena si è discusso per oltre un'ora.
«Non è stato accertato con precisione dove fosse nascosta la pistola usata per l'omicidio - spiega il legale -. A nostro avviso non c'era premeditazione da parte di Quarantiello. E per dimostrarlo faremo ricorso in Cassazione».
La tragedia familiare si consumò la mattina di sabato 12 gennaio 2008 in uno spiazzo davanti al cimitero di Monsummano Alto.
Erano circa le 9 quando vennero esplosi i due colpi che, di lì a un mese, si sarebbero rivelati fatali per Donatella Parlanti. Quarantiello si presentò sotto l'abitazione della famiglia di via De Gasperi 111 poco prima delle 8,30 con l'auto della moglie.
La donna non aveva passato la notte a casa. Come spesso le accadeva, in occasione delle discussioni più accese con il marito, la sera aveva dormito dai genitori in Traversagna a Massa Cozzile. Antonio la convinse a tornare a casa dopo che la donna aveva accompagnato Chiara al lavoro di commessa in un negozio di Montecatini. Secondo l'accusa Quarantiello aveva già in tasca la pistola Beretta 34 semiautomatica calibro 9 detenuta regolarmente dal figlio a Monsummano con il quale viveva, insieme all'altra figlia, nell'appartamento di via De Gasperi.
Dopo aver percorso alcuni chilometri giunsero nella piazzola della Rocca. Una zona isolata dove di rado passano auto. Nell'abitacolo la lite degenerò. Secondo gli investigatori, la conferma della decisione della cameriera di separarsi e di andare a vivere in un'altra casa a Cintolese scatenò l'ira di Quarantiello che estrasse la pistola e sparò due colpi in testa alla madre dei suoi due figli. Poi scese dalla macchina, gettò l'arma poco distante e andò costituirsi alla caserma dei carabinieri. Suonò il campanello e al militare che gli aprì la porta disse: «Ho ammazzato mia moglie». Non era vero.
Ma i carabinieri non lo potevano sapere. La donna era ancora viva. Respirava appena. Venne trasferita in stato di coma con l'elisoccorso a Careggi dove, dopo un mese di agonia senza aver mai ripreso conoscenza, morì, la mattina del 13 febbraio, donando anche gli organi.
Quarantiello in primo grado davanti al gup, dove venne giudicato l'11 febbraio 2009 in abbreviato, sostenne che la pistola era stata portata dalla moglie e che i colpi erano partiti accidentalmente durante il litigio scoppiato nella macchina. Terzo e ultimo round in Cassazione.
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