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Montecatini
Grocco, ricorso a Napolitano
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Il viale del mercatino del GroccoSotto accusa la delibera che assegna i fondi dei sei esercizi di vendita senza diritto di prelazione
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MONTECATINI. Il mercatino del Grocco chiama in causa il Presidente della Repubblica per risolvere un'anomalia strutturale che si trascina da anni. E con un ricorso a Napolitano punta a far saltare tutto l'impianto deliberato dal consiglio comunale che prevede la transazione tra Comune e Terme.
Accordo sancito attraverso una cessione di immobili e la partecipazione alle spese per la manutenzione della pineta.
Alla base di tutto c'è un intricato gioco di passaggi di proprietà che affonda le radici nel lontano 1892. Ad aver fatto ricorso sono i sei negozi situati al mercatino del Grocco (nella parte iniziale del viale, tra i numeri civici 1 e 13), che ormai da anni non sanno più a chi pagare (e infatti non lo fanno) l'affitto arrivato alla cifra di 200mila euro.
Quegli stabili (compresa la superficie che, sul retro, potrebbe essere destinata a parcheggio), una volta di proprietà delle Terme, sono passati al Comune nel 2002 (mettendo fine a un altro contenzioso).
E, nel 2005, la giunta ha stabilito che gli esercenti in questione dovessero sottoscrivere un contratto di affitto stagionale (aprile-ottobre) quantificando, come canone mensile, 43 euro al mq. L'obiettivo era di ricavare una cifra di circa 27.700 euro. Pena, per chi non avesse ottemperato al contratto di locazione, l'avviamento della procedura di sfratto.
In realtà è tutto bloccato dall'apertura del contenzioso tra Comune e famiglia Lavarini.
Quest'ultima realizzò le strutture commerciali (in legno) nel lontano 1892 (inizialmente sul viale Verdi e poi spostate al Grocco), in base a un accordo stipulato con le Terme, proprietarie del terreno. E qui si è costruita l'anomalia: il canone di affitto degli immobili (peraltro regolarmente accatastati), almeno a partire dal 1936, è stato raccolto dalla famiglia montecatinese che ha sempre gestito gli esercizi in piena autonomia, versando però a sua volta una quota alle Terme per l'affitto del terreno.
Ma il Comune, quattro anni fa, ha rotto l'equilibrio (con le Terme che hanno disdetto il contratto di concessione con i Lavarini) pretendendo di riscuotere l'affitto degli immobili. Il primo passo è stato il tentativo di una trattativa tra i legali, per individuare un accordo in base alle normative vigenti.
In pratica Lavarini avrebbe rinunciato alla proprietà dei negozi e il Comune gli avrebbe girato in cambio l'opportunità di affittare la superficie con i nuovi stand ai commercianti.
Poi, però, le difficoltà economiche del Comune hanno di fatto portato all'abbandono dell'idea, l'accordo è saltato e l'intera vicenda è finita in Tribunale a Monsummano.
A gennaio, Terme e Comune hanno firmato la pace e con una delibera del consiglio comunale veniva concesso all'azienda guidata da Giovanni Fiori un appezzamento di terreno di 800 mq lungo il viale Grocco e le strutture contenenti i sei esercizi commerciali.
L'atto è stato ostacolato dai commercianti coinvolti che hanno fatto ricorso al Presidente della Repubblica chiedendo di invalidare la delibera con queste motivazioni: il Comune ha acquisito negli anni passati il terreno in questione poiché ritenuto di pubblica utilità e non lo può quindi cedere se questo non perde la sua funzione mercatale; un ente pubblico per vendere un bene deve ricorrere a un'asta e non può farlo con una trattativa privata; i sei commercianti, nel corso delle compravendite, non sono mai stati interpellati per un eventuale diritto di prelazione.
David Meccoli
Accordo sancito attraverso una cessione di immobili e la partecipazione alle spese per la manutenzione della pineta.
Alla base di tutto c'è un intricato gioco di passaggi di proprietà che affonda le radici nel lontano 1892. Ad aver fatto ricorso sono i sei negozi situati al mercatino del Grocco (nella parte iniziale del viale, tra i numeri civici 1 e 13), che ormai da anni non sanno più a chi pagare (e infatti non lo fanno) l'affitto arrivato alla cifra di 200mila euro.
Quegli stabili (compresa la superficie che, sul retro, potrebbe essere destinata a parcheggio), una volta di proprietà delle Terme, sono passati al Comune nel 2002 (mettendo fine a un altro contenzioso).
E, nel 2005, la giunta ha stabilito che gli esercenti in questione dovessero sottoscrivere un contratto di affitto stagionale (aprile-ottobre) quantificando, come canone mensile, 43 euro al mq. L'obiettivo era di ricavare una cifra di circa 27.700 euro. Pena, per chi non avesse ottemperato al contratto di locazione, l'avviamento della procedura di sfratto.
In realtà è tutto bloccato dall'apertura del contenzioso tra Comune e famiglia Lavarini.
Quest'ultima realizzò le strutture commerciali (in legno) nel lontano 1892 (inizialmente sul viale Verdi e poi spostate al Grocco), in base a un accordo stipulato con le Terme, proprietarie del terreno. E qui si è costruita l'anomalia: il canone di affitto degli immobili (peraltro regolarmente accatastati), almeno a partire dal 1936, è stato raccolto dalla famiglia montecatinese che ha sempre gestito gli esercizi in piena autonomia, versando però a sua volta una quota alle Terme per l'affitto del terreno.
Ma il Comune, quattro anni fa, ha rotto l'equilibrio (con le Terme che hanno disdetto il contratto di concessione con i Lavarini) pretendendo di riscuotere l'affitto degli immobili. Il primo passo è stato il tentativo di una trattativa tra i legali, per individuare un accordo in base alle normative vigenti.
In pratica Lavarini avrebbe rinunciato alla proprietà dei negozi e il Comune gli avrebbe girato in cambio l'opportunità di affittare la superficie con i nuovi stand ai commercianti.
Poi, però, le difficoltà economiche del Comune hanno di fatto portato all'abbandono dell'idea, l'accordo è saltato e l'intera vicenda è finita in Tribunale a Monsummano.
A gennaio, Terme e Comune hanno firmato la pace e con una delibera del consiglio comunale veniva concesso all'azienda guidata da Giovanni Fiori un appezzamento di terreno di 800 mq lungo il viale Grocco e le strutture contenenti i sei esercizi commerciali.
L'atto è stato ostacolato dai commercianti coinvolti che hanno fatto ricorso al Presidente della Repubblica chiedendo di invalidare la delibera con queste motivazioni: il Comune ha acquisito negli anni passati il terreno in questione poiché ritenuto di pubblica utilità e non lo può quindi cedere se questo non perde la sua funzione mercatale; un ente pubblico per vendere un bene deve ricorrere a un'asta e non può farlo con una trattativa privata; i sei commercianti, nel corso delle compravendite, non sono mai stati interpellati per un eventuale diritto di prelazione.
David Meccoli
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