Sicurezza
montecatini
Aveva tentato il suicidio al Forte
Pietro Barghigiani
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La salma di Franco Riccomi mentre viene portata all’obitorio«L'ho visto sabato 6 giugno a casa sua. Era tranquillo. Progettava di andare in una missione in Bolivia per fare volontariato
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MONTECATINI. «L'ho visto sabato 6 giugno a casa sua. Era tranquillo. Progettava di andare in una missione in Bolivia per fare volontariato. Lo aveva cercato un vecchio prete che era stato suo insegnante al collegio Cavanis di Porcari». Roberto Riccomi, titolare dell'agenzia di Viaggi Fraben Travel, è il fratello di Franco.
Franco Riccomi, il mercante d'arte sessantenne trovato morto domenica pomeriggio nelle acque del golfo di Lerici. Non erano un mistero per i familiari le precarie condizioni di salute dell'uomo. Nella parabola della sua esistenza, ricca di successi e guadagni, per Franco Riccomi da tempo era arrivata la fase calante.
Lontani i tempi in cui era un ascoltato intenditore d'arte, il cui concetto di autenticità nelle opere commercializzate lo aveva, però, portato a frequentare le aule di giustizia.
Vicende giudiziarie a parte (patteggiò 2 anni per una storia di quadri falsi, e per gli altri imputati il processo è ancora in corso, ndr), da almeno vent'anni il mercante che sapeva riconoscere un autore di talento con un semplice sguardo alle sue opere, conviveva con il tarlo della depressione. Un abisso che lo aveva portato, negli ultimi giorni, a confidare agli amici il desiderio di farla finita. Al pontile del Forte giovedì alcuni poliziotti lo avevano trovato ubriaco e con una cintura da sub con i pesi.
«Spesso aveva momenti di alti e bassi» ricorda il fratello. Che lascia aperta l'ipotesi dell'incidente al pari di quella del suicidio.
Suicidio o incidente? «Mi hanno detto del tentativo fallito di qualche giorno prima a Forte dei Marmi - prosegue Riccomi -. Non è escluso che sia arrivato a Lerici con l'intenzione di uccidersi, ma che poi sia morto per un incidente. Su questo aspetto gli inquirenti non hanno saputo darci indicazioni precise. Molto è legato anche all'esito dell'autopsia».
La scelta del luogo. Nel tragico epilogo c'è un particolare più oscuro degli altri: in che modo Riccomi ha raggiunto il luogo dove poi è stato trovato morto. Riprende il fratello: «Da tempo non guidava, né aveva l'auto. Non so come possa essere arrivato in quel posto da solo. Non ci sono neanche i collegamenti con i treni che, invece, può aver usato per recarsi in Versilia. Ha percorso un sentiero per raggiungere la zona».
Roberto è andato all'obitorio di La Spezia per riconoscere il corpo del fratello dopo essere stato chiamato dai carabinieri.
«Aveva delle ecchimosi al mento e al volto - dice - ma non era deturpato. I carabinieri mi hanno detto che quando è stato recuperato aveva le braccia incastrate nella maglietta come se stesse togliendosela». Un gesto mai concluso per il volo in acqua.
L'identificazione. Il mercante d'arte non aveva documenti. Gli investigatori lo hanno identificato grazie a un foglio di dimissioni dell'ospedale di Pescia dove Riccomi andava spesso per curarsi le sue nevrosi.
Con il nome sono risaliti ai familiari e nel tardo pomeriggio di domenica c'è stato il riconoscimento del cadavere. Non è escluso che il decesso si sia verificato la mattina, svariate ore prima dell'avvistamento da parte di due giovani in pedalò.
Vita da volontario. Chiusi da tempo i contatti con il mondo dell'arte e sempre più ostaggio del male oscuro, Franco Riccomi aveva riallacciato i rapporti con un vecchio insegnante del Cavanis di Porcari che da anni fa il missionario in Bolivia. «Ne abbiamo parlato anche l'ultima volta che ci siamo visti - racconta il fratello -. Voleva andare in Sudamerica a fare il volontario nella missione dell'ex insegnante del collegio. Stava bene, ma gli ho detto che prima di partire dovevamo sentire il parere del primario di psichiatria. Medici e personale dell'Asl lo seguivano costantemente nel suo appartamento di via Toti. Gli ho detto: "Se vai laggiù devi essere di aiuto e non di peso. Se ti senti male non puoi curarti e allora diventi un problema". Si era detto d'accordo e non sembrava avesse disturbi». È passata una settimana e l'ha rivisto all'obitorio.
Franco Riccomi, il mercante d'arte sessantenne trovato morto domenica pomeriggio nelle acque del golfo di Lerici. Non erano un mistero per i familiari le precarie condizioni di salute dell'uomo. Nella parabola della sua esistenza, ricca di successi e guadagni, per Franco Riccomi da tempo era arrivata la fase calante.
Lontani i tempi in cui era un ascoltato intenditore d'arte, il cui concetto di autenticità nelle opere commercializzate lo aveva, però, portato a frequentare le aule di giustizia.
Vicende giudiziarie a parte (patteggiò 2 anni per una storia di quadri falsi, e per gli altri imputati il processo è ancora in corso, ndr), da almeno vent'anni il mercante che sapeva riconoscere un autore di talento con un semplice sguardo alle sue opere, conviveva con il tarlo della depressione. Un abisso che lo aveva portato, negli ultimi giorni, a confidare agli amici il desiderio di farla finita. Al pontile del Forte giovedì alcuni poliziotti lo avevano trovato ubriaco e con una cintura da sub con i pesi.
«Spesso aveva momenti di alti e bassi» ricorda il fratello. Che lascia aperta l'ipotesi dell'incidente al pari di quella del suicidio.
Suicidio o incidente? «Mi hanno detto del tentativo fallito di qualche giorno prima a Forte dei Marmi - prosegue Riccomi -. Non è escluso che sia arrivato a Lerici con l'intenzione di uccidersi, ma che poi sia morto per un incidente. Su questo aspetto gli inquirenti non hanno saputo darci indicazioni precise. Molto è legato anche all'esito dell'autopsia».
La scelta del luogo. Nel tragico epilogo c'è un particolare più oscuro degli altri: in che modo Riccomi ha raggiunto il luogo dove poi è stato trovato morto. Riprende il fratello: «Da tempo non guidava, né aveva l'auto. Non so come possa essere arrivato in quel posto da solo. Non ci sono neanche i collegamenti con i treni che, invece, può aver usato per recarsi in Versilia. Ha percorso un sentiero per raggiungere la zona».
Roberto è andato all'obitorio di La Spezia per riconoscere il corpo del fratello dopo essere stato chiamato dai carabinieri.
«Aveva delle ecchimosi al mento e al volto - dice - ma non era deturpato. I carabinieri mi hanno detto che quando è stato recuperato aveva le braccia incastrate nella maglietta come se stesse togliendosela». Un gesto mai concluso per il volo in acqua.
L'identificazione. Il mercante d'arte non aveva documenti. Gli investigatori lo hanno identificato grazie a un foglio di dimissioni dell'ospedale di Pescia dove Riccomi andava spesso per curarsi le sue nevrosi.
Con il nome sono risaliti ai familiari e nel tardo pomeriggio di domenica c'è stato il riconoscimento del cadavere. Non è escluso che il decesso si sia verificato la mattina, svariate ore prima dell'avvistamento da parte di due giovani in pedalò.
Vita da volontario. Chiusi da tempo i contatti con il mondo dell'arte e sempre più ostaggio del male oscuro, Franco Riccomi aveva riallacciato i rapporti con un vecchio insegnante del Cavanis di Porcari che da anni fa il missionario in Bolivia. «Ne abbiamo parlato anche l'ultima volta che ci siamo visti - racconta il fratello -. Voleva andare in Sudamerica a fare il volontario nella missione dell'ex insegnante del collegio. Stava bene, ma gli ho detto che prima di partire dovevamo sentire il parere del primario di psichiatria. Medici e personale dell'Asl lo seguivano costantemente nel suo appartamento di via Toti. Gli ho detto: "Se vai laggiù devi essere di aiuto e non di peso. Se ti senti male non puoi curarti e allora diventi un problema". Si era detto d'accordo e non sembrava avesse disturbi». È passata una settimana e l'ha rivisto all'obitorio.
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