Il Tirreno

L’intervista

Sogno Carrarese, il dottor Mario Fontanili: «Questa squadra offre una lezione a tutta la città»

di Luca Barbieri

	A destra il "doc" Mario Fontanili
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A destra il "doc" Mario Fontanili

Il doc: «Godiamoci il momento nel nostro sgangherato tempio»

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CARRARA. In quel microcosmo chiamato stadio, dove per un paio d’ore la realtà viaggia parallela a tutto il resto, con riti e liturgie ben definite, il suo soprannome è “il doc”. D’altronde è allergologo, pneumologo, immunologo, nonché medico del lavoro; quindi, il soprannome dato a Mario Fontanili è nato abbastanza facilmente. Da anni è rarissimo che possa mancare a una partita della Carrarese in casa o in trasferta: e ovviamente era presente sia a Benevento, sia a Vicenza. D’altronde, per chi nel corso di questi anni ha fatto i conti con gioie, ma anche con parecchi dolori calcistici, certi appuntamenti diventano obbligatori: «Un evento straordinario, a Benevento è stata un’emozione unica. Ci siamo guardati felici, commossi e increduli, con quel fatalismo tipico di Carrara e della sua gente: noi, circondati dai disastri, in finale».

Niente pronostici e poca tattica, non è il momento giusto, ma una chiacchierata che presto scivola su passione, tifo e storia sociale del territorio: «Vado allo stadio da quando ho 15 anni: sono e siamo invecchiati guardando la Carrarese, molti per fortuna siamo ancora lì, in gradinata, e chi non c’è più continua lo stesso a guardarci. Ci conosciamo tutti per nome, potrei dirli uno per uno e ogni tifoso ha un tic: direi che è nevrosi, più che tifo o passione smoderata – sorride –. Ci siamo sempre stati, sempre con la speranza che la squadra diventasse e fosse meglio di questa città. E se ci pensiamo: lo è sempre stata, la Carrarese come un’isola. Certo, se vediamo la struttura possiamo dire un’isola malconcia, ma vivibile, staccata dal resto del contesto», riflette. Una Carrara che, aggiunge Fontanili, anche nella vittoria, «è malinconica, vive di fatalismo e di sofferenza, come è nel nostro stile, noi che da secoli ci confrontiamo con le cave. Ma la Carrarese è soprattutto grande appartenenza per questi colori. Una faccenda seria che si tramanda di padre in figlio. Sofferenza e attesa, il traguardo ottenuto con pazienza, sopportazione, con ben poche compensazioni arrivate grazie a grandi allenatori che se ci pensiamo erano “eroi” arrivati da altre città».

Ora l’appuntamento con la storia, oggi alle 17,30: «Inviteremo le massime cariche del calcio italiano in uno stadio che è l’emblema della città, un relitto storico. Perché è la Carrarese che fa lavorare la città e non viceversa: lo dicono i numeri, centinaia di tifosi a Benevento, migliaia a Vicenza, questa squadra, questo allenatore, trainano la città. E allora la Carrarese ci dà una lezione e mi auguro possa davvero fare da traino alla città: una lezione che ci suggerisce che qualcosa può funzionare. D’altronde questa squadra, nella quale non ci sono fenomeni, è l’emblema del sacrificio: i suoi giocatori, come i tifosi, lottano. Però si nota uno sbilanciamento tra “dentro” e “fuori” dallo stadio: fuori, nella città, manca una visione comune, dentro allo stadio trovi migliaia di persone che condividono e hanno un obiettivo comune».

E conclude: «Ora è il momento di ringraziare tutti quelli che hanno contribuito a farci arrivare qua: società, squadra, allenatore, tutti quelli che hanno condiviso anni di attesa, di emozioni, speranza e viaggi. Di chi avrebbe voluto essere qui, ma che non ha potuto, di chi ha pagato il grande amore con una diffida, dei giovani che guidano il tifo con passione. È il momento di chiuderci nel nostro sgangherato tempio, ma è il nostro tempio, di emozionarci e di lasciarci andare, di cantare, di vivere questo momento con tutta la forza, con tutta la nostra emozione. Come fosse l’ultimo momento. Come fosse il primo momento».


 

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