Il dolore
Nel ’47 l’aggressione all’arbitro. E 9 mesi in campo neutro
carrara. Secondo appuntamento con Gualtiero Magnani. Nel bel mezzo dell'emergenza coronavirus che ha comportato l'interruzione di tutti i campionati, con l'attuale azionista e socio unico della Carrarese continuiamo a raccontare i precedenti storici che costrinsero il pallone azzurro ad abdicare: stop totali, ma anche esili forzati dal territorio cittadino. Dopo il caso del 1921, il professor Magnani passa a raccontare il precedente forse più famoso, che attirò l'attenzione della stampa nazionale: l'aggressione all'arbitro Gesumino Meniconi di Macerata del 12 ottobre 1947.
Immediato dopo-guerra. La Carrarese stava disputando la sua seconda stagione in Serie B. Quel giorno gli azzurri giocavano contro il Parma. Al vantaggio apuano di Cappellini rispose nel finale Bertoni. I testi riportano di un pareggio emiliano avvenuto in netta posizione di fuorigioco: l'arbitro convalidò ugualmente il gol ospite e la reazione del pubblico fu feroce. «Molti spesso fanno confusione – spiega Magnani - non ci fu nessuna invasione del campo. La partita terminò e successivamente un ristretto gruppo di persone invase proditoriamente lo spogliatoio dell'arbitro, il quale venne aggredito, riportando gravi conseguenze». Il referto parla di ecchimosi in varie parti del corpo, escoriazioni al volto e al capo e soprattutto una ferita all'orecchio destro che causò una lesione agli organi interni, insieme ad una ridottissima funzione auditiva per Meniconi.
La Federazione usò il pugno di ferro e sanzionò la Carrarese con nove mesi di squalifica del campo: in pratica la durata di tutto il campionato. «Arrivò una grossa squalifica per tutte le rimanenti gare casalinghe del campionato – continua Magnani - in tutto le gare da disputare in campo neutro furono 14. Altre volte nei decenni successivi la Carrarese subirà squalifiche del campo, ma di grandezza inferiore. Saranno sempre punizioni dovute a “motivi di campo”, mentre nel '47 la decisione fu dovuta per un motivo molto più grave. Avevamo giocato fino a quel punto 3 giornate su 17. La Federazione fece un semplice calcolo di quante gare mancavano al termine del campionato e squalificò il campo per le restanti 14 giornate».
Per la Carrarese iniziò un esilio lunghissimo, sparso per i campi di mezza Italia tra Bologna, Pistoia, Brescia e Padova. La retrocessione fu inevitabile. «Quella B – ricorda Magnani - era ancora a tre gironi. Su 18 squadre partecipanti ne sarebbero retrocesse 11. La società aveva allestito una buona squadra con molti giocatori provenienti dal Torino. Tanto è vero che l'anno successivo in Serie C disputammo un campionato meraviglioso di alto livello, perdendo lo spareggio promozione col Prato. La rosa anche in Serie B sarebbe stata di buon livello, solo che per quell'aggressione le cose andarono diversamente. Inoltre rimase una brutta nomea del nostro campo che durò parecchio tempo. Allora la Carrarese giocava ancora alla “Fossa dei Leoni” e si sarebbe spostata allo stadio dei Marmi solo nel 1955». —
Luca Santoni
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