Sicurezza
Quel Calimero che giocò in serie A da vero campione
Bertoneri era uno dei giocatori più promettenti, ma un no a Luciano Moggi gli costò la carriera
MASSA. C'era una volta il Calcio, quello vero, con la C maiuscola. Quello che ti faceva fremere da una settimana all'altra, o meglio, da una domenica all'altra e, ogni tanto, pure il mercoledì; senza spezzatini indigesti e condizionanti il cammino di un campionato. C'erano una volta solo due stranieri per squadra e il resto era tutta roba italiana; c'era una volta lo sport più amato d'Europa senza procuratori o televisioni; c'erano le coppe europee meritocratiche perché te la giocavi in un posto piuttosto che nell'altro a seconda di come arrivavi in classifica (o se vincevi la coppa Italia); c'erano Falcao, Barbadillo, Hernandez, Van de Korput e poi Junior, Socrates, Rummenigge, Schachner, Diaz, Souness, Hatley, Francis, Cerezo e, dulcis in fundo, Ma - ra - do - na (e tanti altri, per ovvie questioni di spazio, non li puoi citare anche se li vorresti mettere tutti perché, a quel tempo, arrivavano davvero i migliori, non come oggi).
Erano i primi anni '80, quelli che i quarantenni/quarantacinquenni di oggi ricordano con puerile e garrula nostalgia; c'era una città, Massa, che al Grande Calcio fornì una nidiata di campioni come se quelli nati nel 1963 avessero un quid in più rispetto agli altri (Evani e Battistini al Milan, Francini e Bertoneri al Toro). Tutti o quasi hanno sfondato; uno di loro però, non ce l'ha fatta come avrebbe meritato. Si parte così. Voto 9: «Questo non è un giocatore, ma un fenomeno!». Nossignori, non si parla di Falcao, Cerezo o Ma - ra - do - na, si parla di Dante "Calimero" Bertoneri, etichettato e votato così al termine di una partita giocata tra il Toro e il Cagliari il 4 aprile 1982 (finita 4 a 2 per i Granata), dal giornalista Sergio Barbero.
Lo stesso Barbero non esitò a rifilare al talentuoso giovanotto massese un bell'8 pieno (migliore in campo) al termine della semifinale di coppa Italia 1981/82 (quando la coppa Italia contava ancora qualcosa) nella quale il Toro passò il turno approdando in finale dopo aver battuto la Sampdoria 1 a 0. Dante, diciott'anni scarsi era già considerato il futuro del calcio italiano e i tifosi del Toro rivedevano in lui il "Poeta del gol", quel Claudio Sala che fu tra i protagonisti dell'ultimo scudetto del Torino assieme a Pulici, Graziani, Pecci, Salvadori, Castellini ecc. ecc. Bastano quelle poche parole, quella semplice riga a rendere l'idea, a corroborare un voto che poche, pochissime volte si vede assegnare a un giocatore a meno che il fenomeno di turno non abbia realizzato almeno una tripletta decisiva... almeno. Non un gigante fisicamente, ma gigantesco tecnicamente e atleticamente, con una personalità tutta sua, forse sproporzionata per l'età poco più che adolescenziale, forse troppa per essere tollerata senza tutela procuratoriale.
Quel 9 in pagella non fu un caso isolato giacchè Dante Bertoneri quando giocava, male che andasse si beccava la sufficienza, ma doveva proprio essere sottotono (e questo accadeva di rado). A Torino però la sua esperienza fu qualcosa di poco più che fugace (il suo esordio al vecchio comunale è datato 18 gennaio 1981, Torino - Ascoli 3 a 0) per un totale di 41 presenze e 2 reti prima di lasciare il cielo sotto la Mole e finire ad Avellino iniziando così la sua parabola discendente ancora prima di iniziare a giocare veramente. Era il Toro post - scudetto che cercava nei giovani una seconda vita e con il presidentissimo Orfeo Pianelli ormai pronto a passare la mano; e proprio su Dante molto si era puntato tanto che il "Mago" Sergio Vatta, storico tecnico della meravigliosa Primavera Granata capace di forgiare battaglioni di talenti, alcuni anni orsono disse di lui:
«Se penso a un talento inespresso, il primo nome che mi viene in mente è Dante Bertoneri. Un giocatore fantastico ma dalla personalità acerba, la sua uscita dal mondo del calcio è stata una sconfitta per tutti. Ma la colpa non è solo del ragazzo, tutti noi potevamo e dovevamo fare di più per restituirlo al grande calcio».
Quando il Toro, con Moggi ds, lo cedette all'Avellino probabilmente fu un colpo troppo grande per quel ragazzo che sembrava più maturo della sua età a causa di un paio di baffi che, allora, andavano anche di moda. Ma i baffi non bastano per scacciare via le insicurezze giovanili in un mondo pronto a masticarti e a sputarti senza pietà, se non hai le palle (già, ma oggi ci sono i procuratori e le cose sono cambiate). Allora le personalità eccentriche piacevano poco, così come quelle troppo introspettive e Bertoneri, nell'introspezione, era talentuoso come quando aveva il pallone tra i piedi; dunque, fraintendibile e facile preda di una speculazione corale e morale ingiusta ed esagerata nei confronti di un ragazzo poco più che maggiorenne. Ça va sans dire.
E comunque si diceva di come giocava Dante: ancora Sergio Barbero tesseva le lodi del "Magico Dante" in una rubrica del tempo di Tuttosport chiamata "Dentro la domenica", scritta dopo un Torino - Fiorentina. «Giovanotto granata arrivato da Massa Carrara, piccolo, nero, brutto e con due piedi che non vedevo più dall'epoca del Gran Poeta, di Claudio Sala. Al Comunale c'era la tv argentina, probabilmente per filmare le imprese di Daniel Bertoni - scriveva Barbero - ma se oggi su quell'erba c'è stato "calcio bailado" è perché su quell'erba giostrava "Calimero", dal piede proprio tutto argentino. Bertoneri ha persino commosso per il suo impegno ma soprattutto ha entusiasmato ogni qualvolta si è portato sull'out a danzar calcio e poi ad infilar cross meravigliosi. Piccolo, nero, con quei due baffoni da gatto spelacchiato diventa immagine di rara bellezza quando infila il dribbling, quando propone il servizio. A Madama Violetta ha fatto girar la testa e tremare il reggipetto e poco è mancato che le strappasse pure la sottana. Che sfacciato il giovanotto ! Bertoneri rappresenta il meglio, anzi, oggi ha rappresentato al meglio la scuola italiana anni '80».
E poi, chiedete a Cabrini con chi ebbe a che fare in un derby della coppa Italia sempre 1981/82 allorchè il Toro vinse 1 a 0 e il "Berto" risultò assoluto protagonista. "Con Bertoneri, Toro all'arrembaggio" era invece il titolo di un Tuttosport che riassumeva la partita tra il Toro e la Roma, recuperata dai granata grazie all'estro del talento apuano (finì 2 a 2). Insomma, se dal lato calcistico non si discuteva, attorno alla figura di Bertoneri invece si è stra parlato senza mai arrivare alle vere motivazioni che hanno soffocato l'esplosione fragorosa di un giocatore dalla classe cristallina passato pure da Parma e Perugia prima di arrivare alla Massese in C2 a "divertirsi" in una categoria assurda per uno così. Ma Dante per la squadra della sua città aveva deciso di fare un sacrificio. Ma non si è mai profeti in patria e quindi quello che è riuscito a fare a livello nazionale non lo ha espresso ai piedi delle Apuane. Eppure quel ragazzo ci ha provato. Lanciando appelli anche all’attuale dirigenza per dare una mano e risollevare le zebre per riportarle in una categoria più consona. Ma porte aperte non ne ha mai trovate.
A Torino, Bertoneri se lo ricordano ancora bene, la sua Massa invece lo ha ingiustamente dimenticato guardandolo ogni giorno e snobbando, così come tanti altri al di fuori del capoluogo apuano, le sue richieste di aiuto; lui, che ha trovato la sua seconda giovinezza macinando vittorie nella disciplina podistica e la sua forza morale nella Fede. Eppure, anche quando indossava la maglia bianconera (quella della Massese, sia chiaro, guai a fraintendere) se ne dicevano di cotte e di crude, in realtà, Dante era il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via dagli allenamenti. Già, ma allora non c'erano i procuratori. D'altro canto, tanto per parafrasare una nota canzone, Dante calcisticamente rappresentava un fuoco meraviglioso, quel fuoco splendido che, però, lo accendi e dura poco. Finiamola qua, di cose ne sono state dette troppe e a casaccio. Che peccato.
Resta la classe cristallina di uno dei ragazzi che con la maglia granata hanno fatto vedere quello che valevano. Ma che si sono visti voltare le spalle dal destino. Capita. Ed è capitato a Dante. Uno che aveva i colpi per diventare un campione. Anzi, uno che campione lo è stato per davvero.
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