Il Tirreno

Paolo Barghini, l’uomo che corre nel deserto

di Danilo D'Anna
Paolo Barghini, l’uomo che corre nel deserto

La storia di un campione: «Nel 2017 porterò la maratona a Massa Carrara»

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MASSA CARRARA. Vita sedentaria, amante della buona cucina e delle serate in discoteca. Se descrivete così Paolo Barghini ai suoi amici le loro espressioni vi diranno che siete completamente fuori strada, perché c’è una sola parola per spiegare Paolo: runner. Ma fino al 2002 lui si stravaccava sul divano oppure si scatenava in pista. Adesso invece è uno che corre anche cento chilometri (il Passatore) con il sorriso; è uno che ha conquistato il deserto e ha sfilato con la bandiera tricolore lungo la spianata delle Piramidi in Egitto. «Ho goduto più così che se fossi andato a letto con Belen». E non esagera. Barghini ha 55 anni, di professione fa il medico internista e allena tutti quelli che hanno un sogno: correre. Lo fa perché gli piace, lo fa perché da quando si è messo le scarpette - a 42 anni suonati - non farebbe altro. Un talento naturale, il suo. Rimasto nascosto per otto lustri.

Fino a...

«Fino a che non mi sono avvicinato al campo scuola di Marina di Carrara e lì ho incontrato Mauro Marchetti, un vero maestro per me. In due mesi sono riuscito a mettermi in forma e a correre la prima maratona della mia vita, a Firenze. Il tempo di tre ore e quindici minuti mi ha fatto capire che avevo una dote naturale anche se prima di allora non lo avevo mai saputo. E che nessuno aveva visto, nonostante agli studenteschi arrivassi sempre secondo o terzo senza allenamenti seri».

Dopo quella maratona ha capito di essere un runner?

«No, ma sono cambiato di testa e sono diventato aggressivo, competitivo. Ero però sempre un tapascione, i runner sono un’altra cosa».

... Un tapascione?

«Sì, uno che si allena ma non lo fa con professionalità. Corre tanto per correre, senza programmi e schede, senza l’alimentazione giusta e utilizzando materiali senza averli studiati prima».

E quando Paolo il tapascione diventa uno scienziato della corsa?

«Direi nel 2005, dopo diversi risultati soddisfacenti mi chiamano alla Marathon des sables, 250 chilometri in autosufficienza in 6 tappe. Arrivo 28° assoluto, è il miglior risultato di sempre di un atleta toscano. Non solo: sono sesto nella classifica a squadre con il Carrara team. Siamo la prima squadra italiana. Insomma, un successo».

Ma il suo vero capolavoro è nell’ottobre del 2009, quando conquisti il deserto...

«Sì, in Egitto. Arrivo primo assoluto alla Sahara race, 250 chilometri in sei tappe. È il miglior risultato di sempre di un atleta italiano. Qui la mia vita di atleta cambia».

I successi nascono dalle delusioni, non solo nello sport: conferma?

«Al mille per mille. Ero partito alla grande, nel 2003 già avevo corso una maratona sotto le tre ore, il massimo per un dilettante. Il vero spartiacque per chi varca la soglia dei 42 chilometri. Mi sentivo un corridore esperto, ma il pettorale lo avevo indossato meno di dieci volte. Nel 2004 mi regalo il Passatore, cento chilometri in 8 ore e 44 senza mai fermarmi e ai primi posti della mia categoria. Sono sempre tapascione, però. Fino a che non incontro Ferdinando Vatteroni, dentista che mi cura un molare e mi fa capire cos’è un atleta. Con lui preparo la Marathon des sables facendomi aiutare da Lorenzo Tarabacci e dal medico sportivo Carlo Giammatei. E in mezzo alla sabbia arrivo ventottesimo assoluto».

Però ci sta elencando dei successi; quali, invece, sono le delusioni?

«Ci stavo arrivando. Il 2006 è l’anno terribile, proprio quando credevo di essere invincibile. Partecipo al Tour du Mont Blanc, centosessanta chilometri e un dislivello di ottomila metri. Sono in forma, ma cado in uno dei pochi tratti di strada e mi faccio male a un ginocchio. Faccio 45 chilometri soffrendo come un cane, ma mi devo fermare. È l’unica gara che non ho concluso. Rinuncio alla Libyan challange a malincuore e decido di smettere, invece...»

Invece...

«Invece gli organizzatori della Lybian mi invitano per il 2007 e io accetto. Anzi faccio un patto con me stesso: il deserto diventerà il mio campo di gara. E decido che se non arriverà un buon risultato appenderò le scarpe al chiodo. Sono settimo, nonostante abbia sbagliato le ghette e la sabbia mi abbia devastato i piedi. Sono tornato in Europa sulla sedia a rotelle, ma ero felice. La gioia dura poco, però, perché nel 2008 provo il deserto dei Gobi e a causa di un infortunio al tibiale faccio una gara da dimenticare e arrivo al cinquantesimo posto. Sembra finita, invece ecco il Sahara e la gara perfetta: terzo assoluto. Qui costruisco il successo del 2009 alla Sahara race. La sfilata con la bandiera italiana è indimenticabile, perfino il presidente Giorgio Napolitano mi scrive e mi regala il suo tricolore. È la coronazione di una carriera, arrivano anche gli sponsor e nel 2010 in meno di un mese corro al polo nord e al polo sud sconfiggendo il ghiaccio e il freddo, dopo mesi di preparazione meticolosa a tremila metri. Mi costa ventimila euro più o meno, ma è una spesa che rifarei».

E adesso?

«Adesso alleno, runner e dilettanti. La mia massima soddisfazione è stata portare alla maratona di New York cinque casalinghe che non avevano mai fatto nulla prima. Oltre le cinque ore, ma è stata un’esperienza fantastica. E ho ancora un sogno nel cassetto».

Ovvero?

«Correre in Australia, è l’unico continente che mi manca: c’è una corsa lunga 520 chilometri da coprire in tredici giorni. Pochi partenti e tutti selezionati».

Perché?

«Per chiudere un cerchio, per cominciare a dire che sto tornando a casa».

No, perché si massacra in questo modo?

«Io non mi massacro, da quando corro mi sento un uomo migliore. Salite, pianure, vallate, ovunque scopro posti meravigliosi».

La corsa piace agli apuani, ma non ci sono corse importanti per valorizzare questo territorio. Perché?

«C’era la maratona di Carrara, ora non la fanno più. Ma stiamo lavorando a un progetto che coinvolga Massa, Carrara e le due Marine. Quarantadue chilometri tra mare e monti. Per ora siamo in una fase embrionale, ma contiamo di poter essere pronti nel 2017. Un periodo ideale potrebbe essere gennaio o febbraio, il nostro clima permette di poter sfidare l’inverno. Se lo facciamo diventare un appuntamento fisso possiamo portare tanta gente nella nostra provincia, creando qualcosa di utile pure per il movimento podistico apuano. Voglio che i bambini sognino di correre una maratona». Parola del tapascione diventato Ironman.

 

 

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