Il Tirreno

Doping e combine, il mondo del calcio visto da Mariani

di Luca Basile
Doping e combine, il mondo del calcio visto da Mariani

Stefano, classe 1957, in 25 anni ha giocato 700 partite «La crisi delle toscane? Manca la competenza»

5 MINUTI DI LETTURA





MASSA. La Fiorentina arranca e fa tristezza, mentre il Siena si giocherà la permanenza in serie A, come giusto che sia, fino all'ultima giornata. Poi ci sono Livorno, Grosseto ed Empoli sospese fra anonimato e rischio di retrocessione nella serie cadetta e se scendiamo ancora più giù, fino alla prima divisione, trovi il Viareggio posizionato permanentemente nella zona rossa, il Pisa che ciclicamente cambia allenatore, mentre a Carrara, mr Buffon&co, sono sempre più distanti dalla zona playoff.

La Toscana che fa calcio, o tenta di farlo, se la passa discretamente male: gli anni d'oro dei viola in Champions, dell'Empoli che stupiva per gioco e talenti, dello stadio Picchi tracimante di passione e tifosi, sono il passato. Stefano Mariani da Massa, classe 1957, centrocampista-ala di talento e corsa, in 25 anni di carriera ha giocato circa 700 partite: un highlander della pelota, protagonista, in terra di Toscana, a Prato, Livorno, Massa, Siena, Montevarchi, tralasciando società più piccole come Pietrasanta e Forte dei Marmi, dove il ' grande sogno' di vivere di pallone, come poi è stato, cominciò.

Mariani il calcio toscano lo conosce e lo vive, pur restandone ai margini.

«Ad un certo punto mi era presa la nausea: non del giocare, ma dell'ambiente. Ho dovuto disintossicarmi. Adesso sono passati 10 anni che il pallone lo seguo da appassionato e niente più, anche se certe volte mi viene voglia di fare parte di un progetto serio. Di dare il mio contributo, piccolo o grande che sia, a qualche società».

Ma perché in Toscana il calcio, ai massimi livelli, vive di eclissi prolungate?

« Potrei dire che la crisi è generale, che la passione fra gli spettatori viene meno là dove gli stadi sono inadeguati, che non è semplice durare nel tempo. Ma gli stadi erano inadeguati anche anni fa eppure l'entusiasmo era contagioso. Ricordo la mia esperienza a Livorno, con Romano Fogli allenatore, un tifo incredibile, la voglia di dare sempre un qualcosa in più per quella gente. Il giochino si è rotto, o forse è solo un corto circuito, che va riparato».

Cosa manca alle società toscane per tornare protagoniste?

«A mio avviso nel calcio la competenza sta venendo meno. Prima c'era un presidente supportato da persone di sua fiducia. ' Ci capivano', come si usa dire. Ecco, l'Udinese di Pozzo e Guidolin è un esempio, su questo fronte. Altrove non è cosi. Vedi personaggi che si avvicinano a qualche società solo per fare i propri interessi. E quando va male, perché spesso va male, si riciclano sotto altre forme, in nuove società. Non esiste che un allenatore si porti uno sponsor da 20 mila euro, per allenare: non c'è niente di meritocratico nello scegliere un allenatore del genere. Eppure funziona così».

Dove?

« Lasciamo perdere, ma non parliamo di situazioni isolate, purtroppo».

E il calcio giovanile?

«Dovrebbe essere la base, il punto da cui partire. E invece nei vivai si investe poco e male. E qui si torna al discorso della competenza venuta meno. Vedi ragazzini già scortati da procuratori e genitori invadenti: ma dai».

Calcio-scommesse, altro capitolo dolente: quando giocavi ti hanno mai proposto una combine?

«Dove girano i soldi, cadere nella tentazione, è brutto dirlo, è più facile di quello che si pensi. Non ho mai vissuto nella mia carriera situazioni di combine, non ero il tipo che potevo accettarle. Poi, certo, a fine campionato ti capitava di giocare partite dove magari il pareggio, a 10 minuti dalla fine, stava bene a tutte e due. Ma niente di preordinato. Qui leggi di persone che scommettevano sul numero di gol subite dalla propria squadra».

Hai giocato 20 anni ad alto livello ed hai detto basta, alla soglia dei 45 anni, in quel di Pontremoli: con il doping hai mai avuto a che fare?

«No, perché nella sfortuna mi è andata bene. Nel senso che ad Imperia, a 20 anni, mi fecero una flebo. E, subito dopo, svenni. Cosa ci fosse dentro non l'ho mai saputo. Da lì in poi non ho mai voluto più prendere flebo o aiutini di nessun genere anche se ci dicevano che erano vitamine ed altro. Talvolta, però, mi capitava di entrare nel mio spogliatoio e vedere scorte di flebo di vari colori: quello non era e non è sport. Ho sempre corso dietro ad un pallone in modo pulito. Altri no. E me ne accorgevo, dal rendimento che cambiava da una partita all'altra, in modo evidente».

Una vita a correre sui campi di provincia, due promozioni, con Brescia e Parma, nella massima serie, eppure non sei mai riuscito a giocare 1 minuto in serie A. Rimpianti?

« Certo, quando ci penso si. E ne avevo la possibilità, ovvio. Prendiamo Brescia: giocai 29 partite realizzando 4 goal con Pasinato allenatore, un tecnico ed una persona stupenda. Insomma, ero stato fra gli artefici di quella promozione e avevo ancora un anno di contratto. Ma il nuovo allenatore - Bruno Giorgi - proprio non mi vedeva. Potevo restare, giocarmela visto che ne avevo le possibilità. Ma decisi di andare altrove, a Padova. Mi ha sempre fregato il mio carattere: pochi compromessi e parlare chiaro davanti. Non è il massimo, se vuoi stare in un certo ambiente».

Hai giocato contro Maradona, Platini, Rivera: se dovessi indicare il più grande?

«Direi, senza dubbio Maradona: me lo ritrovai davanti in Coppa Italia, al San Paolo. Tecnica inimitabile al servizio del gioco di squadra. Dribblava da sdraiato. E poi Rivera: sembrava giocasse da fermo e poi, con quella finta, metteva a terra te, avversario e anche gli spettatori in tribuna. Un campione».

Nel 1975, appena 18enne, il Torino ti inserì nella rosa di prima squadra che poi, quell'anno, si aggiudicò lo scudetto. Ricordi?

«Giocavo le partitelle infrasettimanali, guardavo campioni come Claudio Sala, Pulici, Graziani, Pecci, Zaccarelli. Ero un ragazzino, entusiasta e a disposizione. Giocare anche solo 1 minuto sarebbe stata gioia immensa. Ma non andò così. L'anno dopo mi ritrovai ' a maturare' ad Ivrea: e dalla serie D ricominciai la mia risalita verso la serie A. Ma quel muro della massima divisione, per un motivo o per l'altro, non l'ho mai scavalcato. Si vede che era destino. Ma il sogno di giocare a pallone, l'ho realizzato, grazie alla mia testardaggine. Ed è stato splendido. Ecco perché mi fa male, oggi, vedere che questo sport, soprattutto a livello minore, sta andando alla deriva a causa di ' brutte' persone che niente hanno a che vedere con il pallone»

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Attenzione

Ritiro urgente nei supermercati Conad di albume d’uovo per rischio salmonella

di Redazione web