Il Tirreno

Così si rilancia il settore giovanile

 Luca Santoni
Davide Ratti e Simone Vergassola insieme nella partita del centenario
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Davide Ratti e Simone Vergassola insieme nella partita del centenario

La ricetta di Devoti: strutture adeguate, istruttori all'altezza

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 CARRARA. In questo periodo nel calcio italiano si fa un gran parlare di come rilanciare i vivai nostrani e con loro tutto il movimento nazionale. La ricetta dettata dalla Lega Pro del ragionier Macalli è ferrea: imporre un tetto minimo di "under" da far giocare per tutto il campionato in cambio dei famosi contributi federali. La tendenza è quella di andare verso l'obbligatorietà.  Una soluzione che proprio non piace a Walter Devoti, ex direttore generale della Carrarese, uomo di calcio che bene conosce gli equilibri e i segreti di questo mondo. Tra amarcord, aneddoti e riflessioni esce quindi fuori una bocciatura senza appello di qualsiasi forma di diktat: «Io credo fortemente nel settore giovanile e nei giovani, ma sono contrario all'obbligatorietà, perché i giovani devono giocare se sono bravi. E' giusto dare contributi a chi li fa giocare, magari abbassando anche la loro età rispetto agli standard attuali, ma una delle cose più allucinanti è vedere un giocatore esperto e bravo dover lasciare il posto ad un giovane, solo perché la società ha bisogno di prendere soldi». Ma - facciamo notare - già adesso i giovani si possono non schierare. «Certo, non danno la sconfitta a tavolino, ma ti tolgono i contributi di tutta la stagione in un colpo solo, anche di quelle partite dove i giovani hanno giocato. Mi scappa da ridere quando sento qualche "scienziato nucleare" dire di andare a copiare all'estero». Quindi la ricetta vincente secondo Devoti? «Noi non abbiamo da copiare niente da nessuno. Qualche anno fa siamo stati campioni del mondo con un allenatore che aveva guidato la Carrarese, un certo Marcello Lippi. Sembra che ce lo siamo dimenticati. In Italia abbiamo i migliori giocatori, insegnanti ed allenatori. Gli unici che dovrebbero imparare dall'estero sono i nostri politici e qualche dirigente per rendersi conto di come sono le strutture oltre confine. Purtroppo in Italia abbiamo strutture fatiscenti, sia gli stadi che i centri sportivi dove mandare i ragazzi ad allenarsi. E' un problema che nessuno ha il coraggio di affrontare. La verità è che il settore giovanile si rivitalizza se ci sono le strutture adeguate e gli istruttori che devono essere ben istruiti e ben retribuiti. Probabilmente al nostro calcio manca anche qualche dirigente all'altezza, perché personaggi del calibro di Franchi o Allodi non ne vedo più. Il settore giovanile è importantissimo per le società, ma bisogna crederci e, ribadisco, certe forzature secondo me non servono a niente. Io sono contrario ad ogni obbligatorietà, come la tessera del tifoso, tanto per fare un esempio, anche perché credo che dietro questa tessera ci sia qualcos'altro e non sia solo un problema di sicurezza. Per pochi incivili si mette a disagio l'80% dei tifosi. Uno sportivo va allo stadio per assistere ad uno spettacolo e non deve essere inquadrato o schedato. Vadano a colpire chi delinque».  Torniamo al tema dei vivai. «Anche noi alla Carrarese un tempo avevamo un gran bel settore giovanile, uno dei più importanti d'Italia e il secondo in Toscana dopo l'Empoli. Poi ci fu tolto lo spazio a Marina per permettere, giustamente, alla Fiera Marmo e Macchine di ampliarsi. Certamente noi da quel momento abbiamo avuto grosse difficoltà. Siamo stati anni a mendicare campi. Anche adesso la Carrarese non ha grossi impianti, a parte il campo di Fossone. Una società professionistica deve poter contare su un proprio centro sportivo, dove far allenare la prima squadra e il settore giovanile. Non dimentichiamoci che a Luni la Carrarese è in affitto. Insomma a quel punto si interruppe un lavoro che aveva dato grossi frutti alla Carrarese. Sono parecchi i giocatori partiti dai nostri settori giovanili che hanno giocato e giocano ancora in serie A. Tanto per fare degli esempi, nel 93-94 giocavamo in C1 con due diciassettenni titolari: Davide Ratti e Simone Vergassola. Uno venduto per 1 miliardo e 650 milioni, l'altro per 1 miliardo e 500 milioni. In quegli anni il settore giovanile riusciva a dare una grossa mano alla proprietà. Senza considerare tutti gli altri ragazzi che andarono in giro per le squadre d'Italia: Pierotti, andato alla Sampdoria, Riccardo Musetti, che ha giocato in serie A, Perrone, Figaia e tanti altri». E ultimamente Bariti. «Che presto o tardi finirà in serie A, vedrete. Comunque il merito del suo arrivo va ad Alberto Gemignani che lo andò a prendere a Spezia su indicazione di un allenatore del settore giovanile». Ripartiamo da Vergassola. All'inizio non tutti credevano nelle doti del centrocampista. «Io su di lui non ebbi dubbi. Capii subito le sue doti. Anche mister Lavezzini ci credette tantissimo e lo fece esordire a Trieste. Quell'anno Rino fece un grande lavoro, lanciando Ratti e Vergassola. Facemmo un grande campionato e ci salvammo con 2 domeniche in anticipo andando a vincere a Bologna».  Da lì poi ci fu la cessione di Vergassola alla Samp e l'accordo di partnership tra Carrarese e blucerchiati. Un patto che nasceva soprattutto dalla reciproca stima che legava i due dirigenti di riferimento delle sue società: da una parte Walter Devoti, dall'altra Paolo Borea, storico direttore generale della Sampdoria dal 1982 al 1997, che portò i liguri a vincere in Italia e in Europa.  «Tutto nacque dall'operazione Vergassola - ricorda Borea - gli osservatori erano discordanti, ma Devoti mi bombardava letteralmente consigliandomi questo ragazzo, alla fine mi fidai di lui e feci bene. Eriksson appena lo vide in partitella lo volle subito aggregare alla prima squadra e da lì partì la sua carriera in serie A. Simone è un ragazzo molto serio, molto perbene, di ottima famiglia. In campo, un giocatore di estremo rendimento e costanza. Un ragazzo d'oro che, vista la circostanza, saluto con cuore. Insomma da lì nacque l'idea di instaurare un rapporto di gemellaggio fra Sampdoria e Carrarese che aveva uno dei migliori vivai in circolazione. Un accordo poggiato sulla reciproca stima e fiducia fra me e Devoti. L'idea era mandare i migliori giovani alla Carrarese e in cambio la Sampdoria avrebbe avuto diritto di prelazione sui migliori elementi della Carrarese. Purtroppo non ho potuto dare seguito a questo accordo in cui credevo, perché me ne andai e poi Enrico Mantovani aveva un altro modo di vedere il calcio rispetto a me».

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