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Bimbo annega in piscina, niente risarcimenti ai genitori: il caso in Toscana e la motivazione del tribunale

di Pietro Barghigiani
Bimbo annega in piscina, niente risarcimenti ai genitori: il caso in Toscana e la motivazione del tribunale

La tragedia nell’estate 2019 nel villaggio sportivo di Villafranca

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VILLAFRANCA. Nessuna responsabilità per la morte di un bambino di 10 anni nella piscina del villaggio sportivo Villasport. Era il 4 agosto 2019 quando Ibrahim El Gargar, di origini marocchine, residente con la famiglia a Licciana Nardi, venne soccorso da clienti e poi dai bagnini. Trasferito all’Opa, morì il giorno dopo. 

La causa

I familiari hanno citato in giudizio la società di gestione e l’assicurazione chiedendo un risarcimento di quasi 1,3 milioni di euro: soccorsi non immediati, condizioni della piscina lacunose e l’aver tollerato che fosse solo erano le contestazioni alla base della richiesta. Il Tribunale di Massa ha escluso negligenze strutturali e personali tali da giustificare il nesso causale tra inadempienza e morte del bambino.

L’assicurazione

Ibrahim è con un amichetto e i rispettivi padri. Poco dopo i genitori si allontanano. Il piccolo consuma un pacchetto di patatine e un gelato. Secondo la versione della compagnia assicurativa «accusava un malessere allo stomaco, rimetteva nei bagni e poi si tuffava nella piscina grande, avvertiva un malore e, privo di coscienza, subito veniva trasportato a bordo vasca da due giovani e soccorso dagli assistenti bagnanti, dall’infermiera e dal medico, che si trovavano entrambe nella struttura insieme ai propri familiari».

Salvagenti

L’altro aspetto messo in rilievo nella richiesta danni riguardava l’assenza dei salvagenti. Il bambini, secondo quanto riferito dai genitori sapeva nuotare, quindi è da ritenersi che l’incidente non avrebbe potuto «essere evitato con il pronto lancio di un salvagente». Secondo la consulente tecnica d’ufficio è maggiormente probabile» che il malore sia l’effetto «di un crampo muscolare, un improvviso dolore addominale, un episodio di apnea parossistica o in una sincope neuromediata da ipervagotonia, tali da porre il minore in stato di incoscienza o, da impedirgli di mantenersi a galla». E per il Tribunale niente autorizza a ritenere che la presenza di salvagenti a bordo vasca avrebbe consentito di evitare l’evento.

Soccorsi

È stato accertato, attraverso testimonianze, che erano in servizio tre assistenti bagnanti. Tutti e tre si trovavano in prossimità delle vasche e sono immediatamente intervenuti quando clienti hanno sollecitato il loro intervento. «È un fatto, però, che fino a tale momento gli assistenti bagnanti, non si fossero resi conto di quanto stava accadendo». Sulla fase dei soccorsi successiva all’estrazione del minore dall’acqua «non vi sono rilievi da fare e la stessa consulente ha precisato come essi siano stati adeguati e rapidi», è ancora la sentenza.

Il defibrillatore

Alla fine dei racconti di chi era nella piscina il Tribunale è giunto alla conclusione che «l’utilizzo del defibrillatore non ha cambiato, né avrebbe potuto cambiare, le cose dato che, anche dopo la sua applicazione, la macchina ha dato indicazione di proseguire con le manovre di rianimazione tradizionali e sconsigliato la scarica».

Cause malore

Passando in rassegna «tutte le altre cause ragionevolmente ipotizzabili con grado di probabilità analoga (apnea prolungata, crampo muscolare, sindrome neuromediata da ipervagatonia, altro) niente autorizza a ritenere, non essendo stato dimostrato il ritardo nei soccorsi, ed a fronte di un processo, l’annegamento dei minore, di per sé molto rapido, che la presenza di un adulto a bordo vasca avrebbe verosimilmente evitato il decesso».

Minori da soli

Il giudice ha poi chiarito che in una struttura aperta al pubblico con decine di persone, «non è ragionevolmente ipotizzabile che gli addetti, dopo avere verificato l’ingresso dei minori in compagnia di adulti, possano controllare i movimenti degli adulti accompagnatori». Richiesta milionaria respinta e spese compensate tra le parti.

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