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Carrara, la pediatra Gaezza va in pensione: «Tanto impegno, ma rifarei tutto. Ecco come è cambiata la professione»
Molto stimata e apprezzata, racconta: «All’inizio erano più che altro visite domiciliari, adesso in ambulatorio riusciamo a fare test e diagnosi in tempo reale»
CARRARA. Con il primo settembre scorso, è andata in pensione la dottoressa Daniela Gaezza, pediatra molto stimata e apprezzata.
Per ben 41 anni, dal 1983, ha svolto il suo lavoro con passione e professionalità su Carrara, con studi prima in centro, poi ad Avenza e a Marina.
Quando c’erano meno pediatri convenzionati, è arrivata ad avere fino a 1.250 mutuati, in deroga al tetto che è fissato nel numero di 1.050; ricordiamo inoltre che l’età pediatrica parte dalla nascita fino ai 14 anni, a quel punto l’età si può estendere fino ai a 16, e di solito i pazienti volevano restare tutti con lei fino ai 16 anni, racconta.
Com’è cambiata la professione in questi 40 anni?
«Quando ho iniziato, e la mia è stata la seconda convenzione pediatrica su Carrara dopo quella del dottor Lupi, più che altro si facevano visite a domicilio a trovare il bambino malato, e per l’ambulatorio non si davano appuntamenti, così che si trovavano insieme in sala d’aspetto bambini sani e bambini malati, con rischio di contagio. In seguito, grazie agli appuntamenti, è stato possibile evitare questo rischio. L’ambulatorio si è progressivamente arricchito di opportunità, con l’introduzione dei test e dei tamponi, dallo streptococco all’adenovirus, e così il bambino arriva e dopo la visita ha già la diagnosi e la cura. E poi da tempo facciamo anche le vaccinazioni, ci occupiamo del bilancio di salute. Prima invece, si prescrivevano gli esami da svolgere nei laboratori di analisi o i test e solo dopo due o tre giorni era possibile predisporre la cura».
Quindi il fatto di aver ridotto o quasi azzerato le visite a domicilio non è una perdita per la vostra professione?
«A parte che la visita domiciliare in pratica esisteva solo in Italia, direi assolutamente di no, e anche le persone l’hanno capita: portano il bambino in ambulatorio, dove possiamo gestire come detto anche tutti gli esami, in un ambiente professionale e attrezzato».
E i genitori come sono cambiati?
«Oggi sono più informati, anche grazie a internet. Non saprei dire se sono più o meno apprensivi, dipende dai casi. Di sicuro i bambini sono più seguiti, perché ci sono i controlli periodici che prima non c’erano, e sicuramente prevenire è meglio che curare, così si possono scoprire presto eventuali scoliosi, o problemi uditivi o visivi, e così via».
Com’è stato il suo rapporto con i piccoli pazienti?
«Direi buono, mi piaceva seguirli nel loro percorso di crescita anche dal lato psicologico, posso dire che mi divertivo nel fare il mio lavoro, anche se soprattutto in certi periodi è stato davvero pesante. Soprattutto per le telefonate: sono arrivata a riceverne 100 al giorno, ma affrontavo il lavoro con il sorriso, con divertimento appunto».
Ma perché ha scelto proprio pediatria?
«Eravamo tre compagni di liceo che avevano deciso di studiare medicina, ma non avrei voluto fare il chirurgo, e così scelsi pediatria che sembrava adatta a me, e infatti così è stato. Se lo rifarei? Sì, senz’altro. Il lavoro ha portato via molto tempo alla mia famiglia, ma in cambio ho avuto tanto, e le dimostrazioni d’affetto di queste ultime settimane, da parte di tante famiglie che sono venute a salutarmi, è stato qualcosa di davvero toccante. Ho avuto bigliettini e parole che terrò sempre nel cuore».
Si ferma qui o continuerà la professione?
«Per ora mi prendo qualche mese sabbatico, poi vedremo, non ho ancora deciso. Nel mio ultimo giorno ho lavorato fino alla sette del pomeriggio, a coronamento di un’estate impegnativa. In passato d’estate c’era un po’ di rallentamento nel lavoro, diciamo da fine luglio ai primi di settembre, adesso invece non ci sono state pause, ho diagnosticato otiti, adenovirus, polmoniti, virus gastrointestinali. Il lavoro non conosce pause. Ma io per ora stacco, vedrò com’è stare in pensione».
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